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	<title>Faber giornale</title>
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	<description>il giornale dei giovani di Milano</description>
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		<title>Elogio dell&#8217;imprevisto</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Feb 2012 14:56:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Erica Petrillo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi]]></category>
		<category><![CDATA[avventura]]></category>
		<category><![CDATA[bicicletta]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Saluci]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Torino-Islanda 2011 Gabriele è partito nel luglio 2011 da Torino. Ha attraversato le Alpi – dal Passo del Brennero – l'Austria, la Germania e la Danimarca. Da Copenaghen ha raggiunto Islanda via aereo. Qui ha percorso il periplo dell'isola: da Keflavik in senso orario per Reykjavik, Pingvellir, Geyser e Dettifoss, poi su per la pista [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em></em><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda7.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignleft size-large wp-image-3645" title="Islanda1" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda7-1024x678.jpg" alt="Islanda1" width="491" height="326" /></a>Torino-Islanda 2011</strong> Gabriele è partito nel luglio 2011 da Torino. Ha attraversato le Alpi – dal Passo del Brennero – l'Austria, la Germania e la Danimarca. Da Copenaghen ha raggiunto Islanda via aereo. Qui ha percorso il periplo dell'isola: da Keflavik in senso orario per Reykjavik, Pingvellir, Geyser e Dettifoss, poi su per la pista di Kjolur e Akureyri, Myvatn e infine a Sud verso Jokulsarlon, Kirkjubaerjrklaustur e nuovamente Reykjavik. Il tutto per 1.100 chilometri in circa un mese e mezzo.</p>
<p>Prossima avventura: <strong>Riding Asia 2012 Torino-Mosca</strong> in autostop; Mosca-Pechino per i 9000 Km della trans-mongolica; Pechino-Hanoi e da lì inizia il "vero viaggio": con un minsk 125 del dopoguerra russo alla scoperta della vivace cultura e delle usanze locali. Tempo previsto: 3 mesi.</p>
<p>Chiedere a Gabriele chi è, non è il modo migliore per iniziare la nostra chiacchierata; secondo lui ha molto più valore sapere che cos'hai fatto e che cosa fai. Dunque iniziamo da qui. Gabriele – classe 1990, torinese d'adozione – ha fatto e fa principalmente una cosa: viaggia. Da bambino con i suoi genitori, in camper; ora per conto tuo, scegliendo di volta in volta mete e mezzi differenti. La sua ultima impresa ricorda la trama di un romanzo d'avventura: da Torino all'Islanda in bicicletta.</p>
<p><strong><em><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda3.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignright size-medium wp-image-3630" title="Islanda2" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda3-300x198.jpg" alt="Islanda2" width="300" height="198" /></a>Perché l'Islanda?</em></strong><br />
Prima di tutto perché al tempo non avevo ancora il passaporto, e quindi ho dovuto per forza escludere mete più esotiche. Inoltre da quel viaggio cercavo uno stretto contatto con la natura. M'immaginavo l'Islanda come un posto selvaggio, ancestrale, puro. Da questo punto di vista è la meta ideale: pochi altri Stati offrono un numero così elevato di attrazioni naturalistiche, su una superficie relativamente piccola.</p>
<p><strong><em>Perché la bicicletta?</em></strong><br />
La bicicletta è il mezzo ideale per viaggiare: il giusto connubio tra comodità e avventura. Mi piace molto anche girare a piedi; tuttavia quest'estate non avevo molto tempo a disposizione e senza la bici non avrei potuto percorrere più di una trentina di chilometri al giorno.</p>
<p><em><strong>Qual è stato il momento più bello del tuo viaggio in Islanda? E quello che ricordi meno volentieri?</strong></em><br />
I momenti più emozionanti sono stati due: la prima volta in cui ho visto l'aurora boreale e quando ho fatto il bagno in un fiume islandese. Nuotare nell'acqua fredda, lasciandomi trasportare dalla corrente... mi sono sentito libero. Il momento più difficile? Ogni volta che i gelidi venti islandesi – spesso e volentieri misti a pioggia – sradicavano la mia tenda. Magari quando io, ignaro di tutto, mi allontanavo per farmi un giretto. Risultato: i vestiti e l'attrezzatura completamente fradici.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda6.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3631" title="Islanda3" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda6-300x198.jpg" alt="Islanda3" width="300" height="198" /></a>Perché hai deciso di viaggiare da solo?<br />
</strong></em>Sono partito per l’Islanda alla ricerca di un’esperienza profonda, mistica. Chi viaggia da solo non dipende da nessuno e può far affidamento solo su se stesso. Inoltre, viaggiando con compagni di viaggio, si è più chiusi verso l'esterno: avere una persona di fianco crea mentalmente un appiglio, una fuga di sicurezza. Alle volte questo rende le cose più semplici; d'altro canto limita la possibilità di creare nuove amicizie. Da soli si è sempre in balia degli eventi.</p>
<p><em><strong>Hai mani pensato di non tornare indietro? </strong></em><br />
Ogni volta che programmo un viaggio, penso che non ritornerò più. Poi invece, mentre sono "in cammino", mi rendo conto quanto sia importante avere un punto fisso, di riferimento. D'altronde anche "tornare a casa" è una tappa del viaggio: è la fase in cui si ha il tempo di ripensare a quello che ci è successo, di metabolizzare le esperienze vissute. Se non ci fosse la fase del ritorno, se mancasse il momento di "tornare a casa", forse più che un viaggio sarebbe una fuga.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda8.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignright size-medium wp-image-3634" title="Islanda4" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda8-300x198.jpg" alt="Islanda4" width="300" height="198" /></a>Come ti sei preparato "fisicamente" all'Islanda? </strong></em><br />
Sinceramente non molto. Quando sono partito dall'Italia, a luglio, non ero per niente allenato e la mia attrezzatura era tutt'altro che professionale (la mia bici è stata acquistata alla Decathlon). L'errore iniziale è stato voler strafare: invece le avere pazienza e lasciare che il mio corpo si abituasse pian piano, il primo giorno ho macinato subito più di 100 km così mi si è infiammato il ginocchio. Questo ha causato una prima sosta forzata sul lago di Como e quindi un ritardo sulla "tabella di marcia". Ma è bastato aspettare e prenderla con filosofia... anche questo fa parte degli imprevisti!</p>
<p><em><strong>In un'intervista rilasciata prima della tua avventura islandese, racconti di non essere un viaggiatore, bensì un "non-turista". Adesso invece ti ritieni un viaggiatore?<br />
</strong></em>Credo che viaggiatori con la V maiuscola non si sia mai. Viaggiare è scoprire, e c'è sempre qualcosa di nuovo dietro l'angolo che ci aspetta...  Come definiresti "il viaggio"? Perché un ragazzo di 20anni dovrebbe viaggiare? Viaggiare non significa solamente spostarsi: si può viaggiare in qualsiasi modo: sognare a occhi aperti è viaggiare, leggere un buon libro è viaggiare, avere ambizioni fantastiche è viaggiare. Direi che la parola giusta è scintilla: una passione che ci accende.  Non esiste una ragione universale per cui si dovrebbe viaggiare. Per esempio io nel mio penultimo giro [Cammino di Santiago] andavo alla ricerca di contatti umani ricchi di senso. Il Islanda invece, al contrario, ho sentito il bisogno di allontanarmi dalle persone e di stare solo con me stesso. Nel prossimo viaggio cerco l'incontro con una cultura lontana da quella Occidentale.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda5.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3637" title="Islanda5" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda5-300x198.jpg" alt="Islanda5" width="300" height="198" /></a>Qual è secondo te la differenza tra un viaggiatore e un turista?<br />
</strong></em>La differenza consiste nell'imprevisto. Il viaggiatore parte alla ricerca di avventura, esperienze, libertà. Non ama che sia tutto pianificato ed è disposto a sopportare qualche imprevisto. Il turista, al contrario, "porta a casa" dal viaggio (anche se in questo caso sarebbe meglio chiamarla vacanza) soltanto ciò che si era già immaginato prima di partire. Fuori di casa il turista cerca delle conferme alle sue aspettative. Io ovviamente mi riconosco più nel primo modello. Allo stesso tempo non mi piace chi ostenta una contrapposizione netta tra viaggiatore e turista. Non mi riconosco nel tipo alla "Alex Supertramp" [ovvero Chris McCandless, protagonista di Into the wild]:  a mio parere la fatica non dev'essere la protagonista del viaggio a tutti i costi. Anche un po' di comodità alle volte non guasta...</p>
<p><em><strong>Sul tuo blog scrivi: «Viaggiare è facile e alla portata di tutti: non bisogna essere in forma né essere ricchi, basta volerlo; quanta gente viaggia senza una lira!». Si può davvero viaggiare senza denaro?<br />
</strong></em>Sì, ne sono convinto: non servono affatto cifre astronomiche. Non sono d'accordo con chi sostiene che viaggiare sia un'attività "da ricchi": quello che conta è volerlo sinceramente. Spesso ci si nasconde dietro questa scusa, quando invece ciò che manca è il coraggio di lanciarsi in un'avventura. Ovviamente, più il proprio budget è limitato, più bisogna far propria "l'arte d'arrangiarsi"; ma fa anche questo parte della magia. A questo proposito, il mio blog è ricco di consigli pratici per risparmiare denaro.</p>
<p><em><strong> Ultimamente i media ti hanno dato molta visibilità. Il tuo modo di viaggiare ne è stato influenzato?<br />
</strong></em>Viaggiare è sempre stata la mia passione. E non sarà certo un po' di notorietà a scalfire il mio modo d'intendere il viaggio! Quando sono "on the road", sapere di essere sotto dei (piccoli) riflettori non m'influenza minimamente. Piuttosto il fatto che diverse persone seguano le mie avventure mi motiva molto a continuare una volta tornato a casa.</p>
<p><em><strong><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda4.jpg" rel="lightbox[3620]"><img class="alignright size-medium wp-image-3638" title="Islanda6" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/Islanda4-300x198.jpg" alt="Islanda6" width="300" height="198" /></a>Perché hai deciso di aprire il blog?<br />
</strong></em>Il blog è nato molto tempo fa. È passato molto tempo, e non ricordo più il motivo iniziale per cui ho aperto il blog. Penso comunque a un contenitore in cui raccogliere i miei racconti di viaggio e informazioni utili, per condividerle con chi ha – come me – una forte passione per i viaggi e l'avventura. In un post, per esempio, spiego come costruire un fornello da campeggio con una lattina di alluminio. Io dal blog non guadagno nulla in termini economici. Ma mi da una soddisfazione immensa sapere che a molti piace lo stile divertente e auto-ironico con cui racconto dei miei viaggi.</p>
<p>Gabriele definisce il suo stile "auto-ironico" ed effettivamente ha ragione. Da un ragazzo che viaggia da solo e sceglie come meta la fredda Islanda, ci si aspetterebbe forse un tono scontroso e distaccato. Invece Gabriele sa prendersi in giro e mantiene i piedi per terra: non indossa maschere quando ammette – lui, re dell'avventura – che qualche comodità in viaggio fa comodo; e non gl'importa di andare contro corrente e di criticare Supertramp, forse per molti suoi coetanei l'incarnazione stessa dell'uomo libero. Quest'attitudine è ben rappresentata dalla canzone che sceglie come colonna sonora ideale del suo viaggio in Islanda: "Il Treno", di Lucio Dalla. Chi si aspetta qualcosa di cervellotico e ricercato, rimarrà deluso. Si tratta di musica nostrana: un testo non molto conosciuto, ma che riserva sorprese inaspettate. Perché, come dice Gabriele, non serve andare lontano per viaggiare...</p>
<p style="text-align: center;">Han la faccia e le mani degli zingari<br />
sono tanti<br />
come il vento sono liberi<br />
Sono i pensieri della notte<br />
tra le nuvole della notte</p>
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		<title>Anca mi sun de Milan</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 21:04:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Debora Peters</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conflitti&Immigrazione]]></category>

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		<description><![CDATA[«Follia». Così il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha commentato il fatto che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani. La questione, rimasta in secondo piano per anni, è ormai sotto gli occhi di tutti, concordi o meno. I siti dei periodici sono invasi dai commenti dei lettori e le trasmissioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-3604" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="Registro atti di cittadinanza" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/cittadinanza-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></p>
<p>«Follia». Così il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha commentato il fatto che i figli di immigrati nati in Italia non siano cittadini italiani.</p>
<p>La questione, rimasta in secondo piano per anni, è ormai sotto gli occhi di tutti, concordi o meno.</p>
<p>I siti dei periodici sono invasi dai commenti dei lettori e le trasmissioni televisive, si sono lanciate in una forsennata caccia all’intervista o alla storia.</p>
<div>
<p>Medhin, nata a Milano da genitori eritrei, non ha problemi a concedere interviste. Semplicemente è infastidita dal fatto che una delle più importanti reti televisive nazionali voglia entrare in casa sua e immortalare la sua vita privata, neanche fosse un reality. A che scopo? Per far capire al popolo italiano che gli stranieri e i loro figli non sono poi diversi come si pensa? O per farceli piacere di più proprio perché sono un po’ diversi, originali, curiosi?</p>
<p>A oggi, gli stranieri residenti in Italia sono il 7% della popolazione, più di 4,2 milioni di persone. La comunità che conta più presenze è quella rumena; seguono la albanese, la marocchina e a distanza la cinese. I figli di immigrati o di matrimoni misti nati in Italia, o comunque giunti qui da piccoli con la loro famiglia o per ricongiungimento familiare, sono 1 milione. Vengono definiti seconde generazioni di immigrati, o seconde generazioni dell’immigrazione.</p>
<p><strong>Italiani ma non solo</strong></p>
<p>Buona parte di questi ragazzi si sente italiano come chi è nato e cresciuto qui. C’è chi in casa parla il napoletano e chi il mandarino, chi va a trovare i nonni a Trieste e chi i parenti in Etiopia, ci sono ebrei italiani e musulmani non da meno.</p>
<p>Forse non è da tutti scegliere di frequentare un corso di Kyudo, un’antica arte marziale giapponese, come ha fatto Nami, madre giapponese e padre italiano; o non è casuale che Sara, madre italiana e padre caraibico, abbia concentrato la sua tesi sulle donne immigrate; o che Selamawet, genitori eritrei, abbia scelto un corso di laurea che favorisce la sua partecipazione a progetti di sviluppo in Africa.</p>
<div>Alcuni sentono la necessità di dare più spazio alla cultura di origine e condividerla con altri. È così che nascono Yalla Italia, che si definisce <em>Il blog delle seconde generazioni</em>, per lo più di origine araba, o Associna, l’Associazione seconde generazioni cinesi. Entrambe hanno creato una piattaforma sul web, dove gli iscritti hanno modo di pubblicare articoli, e  discutere di politica, società e cultura dal punto di vista appunto della nuova generazione con i piedi in due scarpe.</div>
<div></div>
<div><span style="font-weight: bold;">Italiani ma non cittadini</span></div>
<div><span style="font-weight: bold;"><br />
</span></div>
<div>
<p>Se la cultura non li fa sentire differenti, le oltre 500 mila seconde generazioni prive di cittadinanza italiana si rendono conto di non poter vivere a pieno la propria italianità. Questa condizione comporta numerosi problemi e seccature. File interminabili davanti alle questure per il rinnovo dei permessi di soggiorno, accesso impedito a programmi comunitari di studio come l’Erasmus, esclusione dalle professioni che richiedono l’iscrizione a un albo o la selezione attraverso concorsi pubblici, interdizione al voto nel paese in cui si è nati.</p>
<p>Per questi e altri motivi nel 2005 a Roma nasce Rete G2, organizzazione nazionale apartitica fondata da seconde generazioni con e senza cittadinanza, il cui obiettivo è quello risolvere dubbi di varia natura sulla legalità e la burocrazia in Italia.</p>
<p>Presente in tutto il paese, Milano compresa, Rete G2 partecipa a manifestazioni, diffonde in rete video che danno voce ai giovani non cittadini e raccoglie firme per <em>L’Italia sono anch’io</em>, campagna nazionale per i diritti di cittadinanza  promossa quest’anno da numerose associazioni.ittadinanza, il cui obiettivo è quello risolvere dubbi di varia natura sulla <span style="text-align: center;">legalità e la burocrazia in Italia.</span></p>
<p><span style="font-weight: bold;">Seconde generazioni a Milano</span></p>
</div>
<div><img class="size-medium wp-image-3605 alignright" style="border-style: initial; border-color: initial;" title="Straniero a chi?" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/bici-stran-a-chi--300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></p>
<div style="text-align: center;"></div>
<p>E Milano? Come si presenta alle seconde generazioni?</p>
<p>Lo scorso luglio l’assessore alle Politiche sociali del comune di Milano Pierfrancesco Majorino ha dato il via a una tavola rotonda, di cui fanno per altro parte ragazzi di Yalla Italia, Associna e Rete G2, per poter dialogare in modo continuo con i giovani milanesi considerati ancora stranieri. Il gruppo di lavoro si è impegnato nella stesura di una lettera da inviare a tutti i neomaggiorenni senza cittadinanza affinché si adoperino per ottenerla nelle modalità stabilite e soprattutto  nella finestra di tempo a disposizione, fra i 18 e i 19 anni.</p>
<p>E per quanto riguarda l’accettazione da parte dei milanesi doc? «Una ricerca condotta negli ultimi anni sulle seconde generazioni», dice Silvana Greco, docente di Sociologia presso l’Università degli studi di Milano, «ha dimostrato che, grazie anche all’attenzione e alla sensibilità degli educatori italiani, l’inserimento delle G2 nelle scuole e nel panorama sociale di Milano è buono». Tuttavia, tutti gli intervistati hanno denunciato episodi di violenza verbale o addirittura fisica, soprattutto quando le fattezze fisiche rendono evidenti le origini straniere. I giovani con cui <em>Faber</em> ha parlato non si lamentano tanto del razzismo, quanto piuttosto che il loro senso di appartenenza alla città non sia ricambiato: si sentono gli occhi addosso in metropolitana, ricevono ancora complimenti per la dimestichezza con l’italiano, sono oggetto di stereotipi e luoghi comuni. Emed, genitori egiziani, ritiene che l’Italia, a partire da Milano, non accetti la sua religione, l’Islam, e che non sia ancora un posto adatto alle seconde generazioni perché verranno sempre percepite come straniere. Più di una volta datori di lavoro milanesi hanno cercato di offrirgli orari disumani e paghe da fame scambiandolo per un immigrato disperato. Selamawet vede Milano come una città sempre più aperta al mondo e all’Europa, ma si rivela ancora disinformata e spaventata. Medhin vuole invece che il problema della cittadinanza venga risolto, perché solo allora ci sarà vera uguaglianza, e il punto di partenza sarà lo stesso per tutti. E solo allora si potrà occupare di tutto il resto, dalla religione, alla cultura, all’identità.</p>
</div>
</div>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.fabergiornale.it/2012/02/01/anca-mi-sun-de-milan/" target="_blank"><img src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>IL CASO ISLANDESE E QUELLO CILENO, voci da chi si è fatto ascoltare</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 14:36:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Liva</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto pesa la società civile nelle scelte politiche? I politici eletti ascoltano le paure di una società in balia delle onde? Cosa avviene dopo le elezioni, in cui i cittadini si sentono veri protagonisti del proprio paese? Domande che esigono risposte. Oggi è davanti agli occhi di tutti il comportamento dei governi, indirizzati nelle loro scelte dalla voce grossa delle autoritarie banche europee. E allora vale la pena riflettere sui rischi per la democrazia. In un quadro complessivamente cupo, ecco due storie esemplari, che sono state trascurate dai media. 

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanto pesa la società civile nelle scelte politiche? I politici eletti ascoltano le paure di una società in balia delle onde? Cosa avviene dopo le elezioni, in cui i cittadini si sentono veri protagonisti del proprio paese? Domande che esigono risposte. Oggi è davanti agli occhi di tutti il comportamento dei governi, indirizzati nelle loro scelte dalla voce grossa delle autoritarie banche europee. E allora vale la pena riflettere sui rischi per la democrazia. In un quadro complessivamente cupo, ecco due storie esemplari, che sono state trascurate dai media. </p>
<p>IL MODELLO ISLANDESE<br />
La prima storia racconta una nuova iniziativa democratica che viene dal basso e porta con sé vocaboli nuovi e rivoluzionari come: democrazia diretta, autodeterminazione finanziaria e annullamento del sistema del debito. È avvenuto in Islanda, isoletta dell’Europa settentrionale che molti non sanno neppure collocare con precisione sul mappamondo, ma finora da tutti reputata un’isola felice, benestante, in testa a tutti gli indici sulla qualità della vita, lo sviluppo umano, l’uguaglianza sociale, l’occupazione, la ricchezza.<br />
Ma su quali basi si fondava questa ricchezza? A partire dal 2003 le banche private islandesi, hanno adottato un semplicissimo sistema di conti online per attrarre investimenti stranieri. Olandesi e Inglesi hanno accolto l’invito con grande entusiasmo. Quindi da un lato sono cresciuti gli investimenti stranieri, ma dall’altro è aumentato il debito estero delle stesse banche. La crisi del 2008 ha chiuso tutti i giochi: le principali banche sono fallite e sono state nazionalizzate, e il paese dichiarato bancarotta.<br />
Subito l’Fmi (Fondo monetario internazionale) è accorso in aiuto della povera Islanda, proponendo di aiutarla con un prestito di oltre 2 miliardi di dollari, non privo di interessi: misure drastiche e la richiesta di spalmare sulla popolazione il debito contratto.</p>
<p>A questo punto la popolazione si è improvvisamente svegliata. Prima del gennaio 2009 la silenziosa e fredda capitale Reykjavik non aveva mai visto tanti islandesi indignati in piazza che hanno costretto il governo a dimettersi in blocco per l’imbarazzo. Ma quando anche il nuovo governo di sinistra ha iniziato a seguire le insistenti richieste dell’Fmi e dei governi olandesi e britannici, la popolazione si è sentita presa in giro. La manovra di salvataggio prevedeva che la restituzione del debito di 3,9 miliardi di euro pesasse sulle spalle dei cittadini. Le famiglie avrebbero dovuto pagare una rata mensile al 5,5 % d’interesse per i 15 anni successivi. Al grido univoco di «Noi non paghiamo gli errori delle banche!» il movimento di protesta si è diffuso a dismisura avviando un processo di discussione tra i partecipanti, che hanno cercato di comprendere dov’era l’errore. La popolazione ha chiesto maggiore controllo sui propri eletti. </p>
<p>In questo clima il capo dello Stato, nonostante le minacce d’isolamento dei creditori, ha accolto la proposta di sottoporre a referendum la manovra del governo. Referendum che, nel marzo 2010 ha dato risultati plebiscitari: il 93% dei votanti era contrario al rimborso dei debiti verso Olanda e Gran Bretagna. Il prestito dell’Fmi è stato congelato e il governo, per la pressione popolare, ha aperto un’inchiesta sulle responsabilità civili e penali del crollo finanziario. In risposta i banchieri più lesti hanno preso il volo, i meno rapidi sono stati arrestati. Inoltre i manifestanti hanno chiesto più voce in capitolo nell’amministrazione del proprio Paese. L’idea è quella di riscrivere la  costituzione islandese in modo da porre un limite ai banchieri internazionali e al denaro virtuale, responsabili del precedente fallimento. Ma chi ha il compito di riscriverla? Ha preso corpo una commissione di 25 cittadini eletti, composta da professori, agricoltori, giornalisti, studenti universitari, con il compito di accogliere le migliaia di richieste abbozzate su internet, così che a luglio 2011 è stata pubblicata la bozza della nuova Costituzione, da approvare con un referendum.</p>
<p>Fine della storia? Tutt’altro, forse questo è semplicemente il suo inizio. L’Islanda non è uscita ancora dalla crisi, ma nella bozza della costituzione c’è chi intravede un nuovo progetto per un nuovo Paese in cui la parola centrale sarà trasparenza. </p>
<p>Una soluzione, quella islandese, estendibile ad altri Paesi? Si può parlare di modello islandese? L’Islanda ha una popolazione di 320 mila abitanti contro gli oltre 60 milioni dell’Italia. Il debito Islandese è di circa 3,9 miliardi di euro: nulla in comune con i 1910 miliardi del debito Italiano (o con quello Greco). Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, si sta occupando del Caso Islanda perché ha avuto il coraggio di fare scelte alternative che lui aveva già sostenuto dicendo: «Abbiamo smesso di preoccuparci dell'occupazione per concentrarci sul deficit, ma per qualche motivo, chi ha in mano il potere decisionale è convinto che il rigore di bilancio non sia semplicemente un'opzione, ma la sola opzione».</p>
<p>IL MODELLO CILENO<br />
L’altra storia è più vicina a noi studenti. Molti compagni dicono spesso con disprezzo delle manifestazioni: «Tanto non servono a niente...». Oggi gli studenti cileni non possono più dire frasi del genere. Questo perché il movimento studentesco tiene da mesi sotto scacco il governo con grandi (e talvolta violente) manifestazioni che chiedono un’istruzione pubblica di qualità, che lasci il profitto fuori dalle aule.<br />
Il Cile riserva solo il 4,4% del Pil per l’educazione, rispetto al 7% raccomandato dalle Nazioni Unite. L’accesso alle università è legato a un sistema di prestiti poco regolato, per cui gli studenti devono pagare per tutta la vita il debito e gli interessi contratti per raggiungere la laurea. In cambio? Un’istruzione scadente. </p>
<p>Dall’inizio del 2011 le proteste sono aumentate di settimana in settimana, coinvolgendo anche alcuni rettori di università: a metà giugno sono state occupate un centinaio di scuole; a fine mese una manifestazione di circa 100 mila studenti ha indotto il governo ad ascoltare. </p>
<p>Il 5 luglio il presidente Sebastián Piñera, con un discorso televisivo, ha annunciato una serie di riforme al sistema educativo, pianificate per andare incontro alle richieste degli studenti. Riforme rifiutate da Camilla Vallejo, studentessa leader del Fech (Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile) che ha ribadito le richieste: istruzione superiore gratuita, contributo del 50% per le università statali e fine dei prestiti statali. E per il finanziamento ha proposto la nazionalizzazione delle ricchezze del Paese e una riforma fiscale. Alle parole dell’icona del movimento hanno fatto seguito un’ondata di manifestazioni, alle quali si sono uniti lavoratori scioperanti. </p>
<p>Incapace di risolvere la situazione, il 18 luglio il ministro dell’Istruzione si è dimesso. Ai primi di agosto c’è stata una nuova proposta del governo, definita vaga e ancora inadeguata dal movimento perché non affrontava il cuore del problema: la ricerca del profitto attraverso l'educazione e un accesso poco equo all'educazione superiore. </p>
<p>Il 18 agosto il Governo, incalzato dalle proteste incessanti, ha avanzato una terza proposta: la riduzione al 2% dei tassi di interesse sui prestiti agli studenti. Il movimento ha risposto riscendendo nelle strade nonostante il freddo e la pioggia, e a loro si è unito il più grande sindacato cileno che ha dichiarato due scioperi con circa 600 mila persone in piazza.<br />
Oggi le proteste continuano: il Governo non ha ancora accolto le richieste del movimento studentesco, e il presidente cileno Sebastián Piñera continua a definire l’ educazione «bene di consumo» e il profitto «compenso per il lavoro duro (nel settore educativo)». Ma come dice Camilla «È decisamente positivo che le nostre proteste stiano ricevendo il sostegno della maggioranza della popolazione».<br />
Anche in Italia molti si sentono impotenti davanti alle decisioni del Parlamento e lontani dalle scelte politiche che li riguardano direttamente. Ma basta essere spettatori partecipi perchè la società civile diventi rilevante nelle scelte del Paese? Per cambiare le cose è sufficiente dire: «Non mi è piaciuto come hanno gestito questi problemi, non li voterò più!»? Queste storie dicono di no. Il filo che lega i due racconti sono la partecipazione attiva in prima persona e l’impegno continuo e determinato. </p>
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		<title>Quando non ci vengono più le parole</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 09:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo de Mojana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte&Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani&Divertimento]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni&Critiche]]></category>
		<category><![CDATA[alzheimer]]></category>
		<category><![CDATA[amanita muskaria]]></category>
		<category><![CDATA[buenos aires]]></category>
		<category><![CDATA[francesca bianco]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[spettacolo]]></category>
		<category><![CDATA[viaggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il viaggio a Buenos Aires in scena al Libero affronta il tema dell’identità attraverso la memoria]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/bianco-2.jpg" rel="lightbox[3595]"><img class="alignnone size-medium wp-image-3617" title="bianco 2" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/02/bianco-2-282x300.jpg" alt="" width="282" height="300" /></a>L’anima di una persona è fatta di ricordi. La nostra esperienza vive in noi attraverso la memoria, e ci costituisce come individui. Nulla da stupirsi dunque se una donna non vuole rassegnarsi a perdere la sua storia; sarebbe come perdere la propria vita. È questo il racconto de <em>Il viaggio a Buenos Aires</em>, monologo delle sorelle polacche Gabriela e Monika Muskala, che si celano sotto lo pseudonimo di Amanita Muskaria. La messinscena diretta da Carlo Emilio Lerici è arrivata al Teatro Libero di Milano, dove starà fino all’11 febbraio.</p>
<p>Protagonista è Valeria (Francesca Bianco), donna affetta dal morbo di Alzheimer, anche se il testo in questo senso non è mai esplicito. In un vorticoso dialogo con se stessa, Valeria tenta di tenersi attaccata alle persone e alle cose che animano la sua esistenza. I figli, le esperienze di guerra, la fede, e soprattutto il tanto agognato viaggio per andare a trovare la sorella a Buenos Aires. «Quando morirò potrò dare, ma ora che sono viva voglio avere» dice Valeria reclamando il compenso di una vita di duro lavoro. A mano a mano che il discorso prosegue, il linguaggio si fa sempre più zoppicante, e ricordare le parole giuste diventa complicato. Perdere i ricordi e i pensieri significa perdere i termini per poterli esprimere (Orwell docet). Afasia e confusione tra varie lingue ne sono un chiaro segno. L’espressione verbale deve procedere senza interruzione per non dimenticarsi tutto quello che si è ancora in grado di dire, forse addirittura per non dimenticarsi come si parla. Da qui nasce il tono tendenzialmente conflittuale del monologo: più accesa è la dialettica, più difficile sarà metterla a tacere, e il silenzio equivale a morte. Quando riaffiorano i ricordi della fuga dai nazisti siamo quasi in un’estasi. Viceversa, quando non si ricordano più i nomi della Trinità o il Padre Nostro arriva la crisi. Forse la paura più grande di tutte è di dimenticarsi di partire per Buenos Aires. «Non trovo più gli occhiali, e senza occhiali non posso andare da nessuna parte»</p>
<p>La solida interpretazione di Francesca Bianco fa leva sull’esternazione; una prova d’attore che, come si dice in gergo, <em>butta tutto fuori </em>potrebbe esaurirsi in pochi minuti e invece è portata sino in fondo con coerenza e grande energia. A coadiuvare l’interprete un accompagnamento musicale che segna i cambi più netti del testo; mentre il linguaggio si sgretola, la musica rimane.</p>
<p>Uno spettacolo che fa riflettere sull’importanza dell’identità, troppo spesso trascurata. Uno stimolo a conservare i tesori più preziosi, sui quali si può fare sempre affidamento, come ad esempio il dolce sapore del cioccolato tanto caro a Valeria; che non si dimentica facilmente.</p>
<p><strong>Matteo de Mojana</strong></p>
<p><strong><em>Il viaggio a Buenos Aires</em><br />
di Amanita Muskaria, adattamento e regia di Carlo Emilio Lerici<br />
con Francesca Bianco</strong></p>
<p><strong>31 gennaio-11 febbraio Teatro Libero, via Savona 10<br />
02-8323126  www.teatrolibero.it <em> </em></strong></p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.fabergiornale.it/2012/02/01/quando-non-ci-vengono-piu-le-parole/" target="_blank"><img src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Science for Peace: la terza Conferenza mondiale</title>
		<link>http://www.fabergiornale.it/2012/01/28/science-for-peace-la-terza-conferenza-mondiale/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 10:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>eva moriconi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Bocconi]]></category>
		<category><![CDATA[conflitti]]></category>
		<category><![CDATA[peace]]></category>
		<category><![CDATA[science]]></category>
		<category><![CDATA[Shrin Ebadi]]></category>
		<category><![CDATA[veronesi]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche quest'anno la fondazione di Umberto Veronesi, Science for Peace, ha organizzato due giornate di conferenze presso l'Università Bocconi di Milano, durante le quali 37 relatori da 15 Paesi si sono riuniti per individuare soluzioni concrete di Pace.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[	<div class='gallery' id='gallery_1'>
							
<a href='http://www.fabergiornale.it/2012/01/28/science-for-peace-la-terza-conferenza-mondiale/umberto-veronesi/' title='Umberto Veronesi'><img width="150" height="150" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/Umberto-Veronesi-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Umberto Veronesi" title="Umberto Veronesi" /></a>
<a href='http://www.fabergiornale.it/2012/01/28/science-for-peace-la-terza-conferenza-mondiale/vetrofania-con-il-logo/' title='Facciata dell&#039;Università Bocconi'><img width="150" height="150" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/Vetrofania-con-il-logo-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Facciata dell&#039;Università Bocconi" title="Facciata dell&#039;Università Bocconi" /></a>
<a href='http://www.fabergiornale.it/2012/01/28/science-for-peace-la-terza-conferenza-mondiale/premio-nobel-shrin-ebadi/' title='Premio Nobel Shrin Ebadi'><img width="150" height="150" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/Premio-Nobel-Shrin-Ebadi-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Premio Nobel Shrin Ebadi" title="Premio Nobel Shrin Ebadi" /></a>

						</div>
						

<p>«Dobbiamo fare uno sforzo per raggiungere solidarietà e migliaia di firme fra i giovani: non possiamo permettere che la scienza abbia sulla coscienza la colpa di aver costruito ordigni orrendi. Dobbiamo agire nella direzione opposta per l’affermazione dei diritti umani: la pace è il primo di questi diritti. Senza la pace tutti gli altri perdono valore». Così Umberto Veronesi ha chiuso la terza Conferenza mondiale di <em>Science for Peace</em>, organizzazione da lui fondata nel 2004 per promuovere la ricerca e la divulgazione scientifica a servizio della pace. Contributo della scienza alla risoluzione pacifica dei conflitti e alla realizzazione della pace, gestione della crisi, diritti civili e situazione discriminatoria delle donne, questi i temi che i 37 relatori, provenienti da 15 paesi diversi, hanno discusso nell’aula magna dell’Università Bocconi nelle due giornate della conferenza. Illustri nomi, tra i quali Shrin Ebadi, l’iraniana Nobel per la pace 2003, hanno fatto sentire la propria voce e dimostrato come la guerra non sia una necessità evolutiva, né insita nella biologia umana. La pace è realisticamente possibile.  «La stessa specie che ha inventato la guerra può inventare la pace» ha dichiarato Telmo Pievani, docente di Filosofia della scienza. Per diffondere una cultura della pace e il superamento di tensioni fra stati, cioè il primo degli obbiettivi di <em>Science for Peace</em>, si deve fare attenzione a chi fa propaganda e produce diffidenze, violenze e odio: è importante essere coscienti e aperti al dialogo. Nel corso dei dibattiti infatti, è emerso che se non si conosce qualcosa si è colti dalla paura, si perde la tranquillità e si tende a odiare chi ha generato questa perdita. Provocato da fobie e stereotipi, questo atteggiamento è diffuso per esempio nei confronti dell’Islam. «Cercate di conoscere i musulmani e capirete che anche loro sono come voi, sono vostri amici» ha esortato la Nobel iraniana. E la scienza è necessaria per ridurre i conflitti, l’ignoranza e le disparità economiche e sociali che caratterizzano l’attuale condizione mondiale.</p>
<p>Solo così ha detto Alessandro Pascolini «La scienza può diventare da ammiccante prostituta della guerra, a sposa fedele della pace». Ed è proprio sulla guerra, sulla riduzione dei conflitti e delle spese militari, a favore di maggiori investimenti in ricerca e sviluppo, che si incentra il secondo obbiettivo che la fondazione Veronesi si è proposta di perseguire. Francesco Vignarca, cordinatore della Rete italiana per il disarmo ha spiegato che ogni anno nel mondo si destinano alle sole spese militari 1600 milardi di dollari, il che significa che ogni abitante del pianeta spende circa 240 dollari l’anno per la guerra. Ristringendo il campo alla sola Europa, la vice presidente del Senato Emma Bonino ha delineato una gestione dell’esercito non proprio rosea: nei 27 Paesi dell’Unione ci sono 2 milioni le europei in divisa, inutilizzabili per la scarsa preparazione, e per l’esercito si stanziano 200 i miliardi. «Uno studio recente rivela che basterebbero 130 miliardi per mantenere un esercito più efficiente e organizzato» ha continuato la senatrice: con un risparmio di 70 miliardi che potrebbero essere destinati al finanziamento di  progetti di ricerca e sviluppo europei. «Qual è la soluzione? Cosa bisogna fare?» ha esclamato Shrin Ebadi al suo uditorio. Abbattere i pregiudizi, cercare di conoscere, agire e partecipare ulteriormente: la guerra non è un destino ineluttabile per l’uomo, ma la pace è possibile e la scienza può dare un contributo determinante alla sua realizzazione.</p>
<p>Eva Moriconi</p>
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		<title>15 Ottobre 2011: Occupy Rome</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 17:01:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bertone Biscaretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Analisi di un movimento Tra le almeno 200-300 mila persone scese in strada a Roma il 15 ottobre c'erano centinaia di gruppi con nomi, simboli ed obiettivi diversi. La classificazione più facile, quella più utilizzata dai media, è quella tra pacifisti, col fine di una grande sfilata con comizio finale, e violenti, teppisti tout court. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Analisi di un movimento</h3>
<p>Tra le almeno 200-300 mila persone scese in strada a Roma il 15 ottobre c'erano centinaia di gruppi con nomi, simboli ed obiettivi diversi. La classificazione più facile, quella più utilizzata dai media, è quella tra pacifisti, col fine di una grande sfilata con comizio finale, e violenti, teppisti tout court. Tra i due poli si trovano le più diverse posizioni.<br />
Il modello che le manifestazioni di tutto il mondo avrebbero ufficialmente dovuto seguire, quello della cosidetta global revolution, prevede l'occupazione pacifica e protatta di un luogo simbolo, una piazza centrale, vicina ai luoghi del potere politico e finanziario; occupazione senza colori politici durante la quale costruire dibattiti e proposte. <a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2638.jpg" rel="lightbox[3569]"><img class="alignright size-medium wp-image-3570" title="Manifestanti" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2638-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><br />
In Italia si è scelto di indire un'unico grande evento a Roma invece di dividere la protesta su più piazze. 300 mila persone difficilmente possono partecipare ad un dialogo unico in un luogo fisico qualsivoglia. A Roma si distinguevano tra la folla bandiere di partito, numerosi sindacati; addirittura alcuni politici hanno annunciato la loro partecipazione a quella che avrebbe dovuto essere una contestazione contro loro stessi.<br />
Mentre per dei ragazzi con bandiera di Rifondazione, che si sentono ben rappresentati dal partito, si trattava di una semplice manifestazione contro il governo, secondo il Coordinamento Nazionale 15 Ottobre non si sarebbero dovuti esibire simboli partitici, e Giuseppe de Marzo, uno degli organizzatori nel coordinamento, auspicava la formazione di un'acampada in piazza San Giovanni. Sull'idea di una sfilata pacifica, culminante in un'assemblea nella piazza concessa dalla questura, concordavano moltissime delle sigle organizzatrici: dai Comitati per l'Acqua Pubblica ai Cobas. Ma di un'occupazione permanente, spesso auspicata ufficiosamente, hanno parlato poco.<br />
Altrettanto condivisa, in particolare da studenti e centri sociali, la voglia di evitare il lungo e festivo corteo, apprezzato dai leader politici, solidali, ma che non porta quasi mai a niente. Il verificarsi di scontri con le forze dell'ordine era più di una possibilità; l'incognita era rappresentata da obiettivi e  modalità.<br />
<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2660.jpg" rel="lightbox[3569]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3571" title="San Precario e nerovestiti sfilano sotto al Colosseo" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2660-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /></a>Tra gli studenti della Statale scesi verso la capitale, anarchici, autonomi, altri più moderati, alcuni riformisti, non si auspicava la violenza per come si è manifestata, come pura e generalizzata dimostrazione di rabbia; ma in molti volevano entrare nella zona rossa: l'area isolata dalla polizia, dove si trovano i luoghi del potere. Se la forza fosse stata usata per spezzare il cordone delle forze dell'ordine in uno o più punti ed aprire un varco per il resto del corteo, che, in pochi dubitano, avrebbe seguito, molti di più si sarebbero coperti il volto.<br />
La notizia che alcune vetrine sarebbero state attaccate almeno simbolicamente pareva esser già nota almeno a una parte del movimento a Roma. In Piazza Repubblica si parlava di obiettivi simbolici: un alimentari per i beni di prima necessità, un compro-oro per il lusso; ma non delle devastazioni che sono seguite. Pochi apparentemente avevano informazioni precise, altri voci o istruzioni di massima. Da questi atti dimostrativi, rivendicati poco dopo l’esecuzione attraverso un megafono sul camion di San Precario, sul quale era data la possibilità di paralare a chiunque partecipasse allo spezzone, bisogna distinguere le esplosioni di violenza che hanno colpito macchine e devastato la città; opera di nerovestiti: circa 500 in tutto. A ciò si aggiunga la guerriglia con la polizia portata avanti da migliaia di persone; non una forza organizzata, ma persone scese in piazza per manifestare qualcosa in più dell‘indignazione.</p>
<p>Si è parlato tanto del #15O romano, anche all’estero. L’accento è ovviamente caduto sui fatti di violenza, con gran fastidio di molti indignados.<br />
Come spesso accade la giornata, raccontata come evento spettacolare, è rimasta notizia in cronaca e negli show televisivi solo per tenere alto lo share. Ma nei media tradizionali nessuno ha voluto analizzare e approfondire quanto successo. Al di là delle facili condanne alla violenza, qualcuno si è chiesto se, e in che modo, questo movimento dall’identità indefinita, con la sua trasversalità generazionale, promiscuità politica e novità possa costruire un’alternativa?</p>
<p>Abbiamo provato a farlo noi di Faber, leggendo nell’ultimo mese centinaia di comunicati, articoli, commenti e parlando con decine di persone, soprattutto ragazzi di diversi gruppi e realtà politiche milanesi. Di seguito qualche spunto di riflessione sul movimento.</p>
<p>BUONI O CATTIVI, NON È LA FINE<br />
Molti hanno dichiarato che bisogna distinguere tra violenti e non violenti, ma nella maggior parte dei comunicati redatti da collettivi e centri sociali si legge l'invito a superare questa dicotomia. A sentire loro il vero spartiacque sarebbe tra chi vuole un cambiamento radicale di questa società e chi, invece, vuole solo un suo aggiustamento in senso più solidale.</p>
<p>«Al movimento globale non interessa criminalizzare le pratiche di Roma. Questo è interesse sicuramente dei partiti, che devono candidarsi per <a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2674.jpg" rel="lightbox[3569]"><img class="alignright size-medium wp-image-3572" title="Manifestanti" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2674-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a>una alternativa responsabile, piccoli affari italiani, insomma poca cosa. Da uno sguardo globale e di più ampio respiro sembra sicuramente più strano che da vent’anni in Italia ci siano Berlusconi e la sua accozzaglia, che non riots e scontri del 15 Ottobre a Roma.» (Centro sociale Cantiere).</p>
<p>«L’interrogativo è un altro, ben più profondo: chi ha ragione e chi, invece, ha torto? Non sulla questione delle pratiche, bensì sui temi centrali che stanno di fronte al movimento. [...]È sulla costruzione di posizioni chiare, sulle analisi faticosamente condivise, sugli obiettivi conseguenti che il movimento può crescere, a partire dalla consapevolezza che nessuno ha la verità in tasca. Altro che violenza o non violenza! Il re ormai è nudo!» (Rosso Collettivo).<br />
«Roma ha segnato uno spartiacque netto: il NO, rivolto a tutte le cupole partitiche e sindacali, urlato a gran voce da tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno preso parte alla resistenza di piazza S. Giovanni è la base su cui costruire una progettualità.» (Assemblea in Università statale del 2 Novembre).</p>
<p>C'è chi è d'accordo con queste riflessioni, ma concentra piuttosto l'analisi sulla rabbia e sulle pratiche con cui essa è stata espressa:<br />
«La rabbia certo può avere diverse modalità espressive, ma l’elemento qualificante dei movimenti deve essere la capacità di offrire un possibile orizzonte in cui essa diventi progetto. Sabato scorso la maggiore mancanza collettiva dei movimenti (e non ci sottraiamo a questa colpa) è stata questa incapacità di dare un orizzonte di senso in cui esprimere e incanalare la rabbia di chi si sente privato del proprio futuro » (Appunti su Roma, Z.A.M., LabOut, Rete Studenti).<br />
«La piazza San Giovanni che parte degli organizzatori avevano in mente non era quello che secondo noi serviva, non superava l’inutile ritualità. Allo stesso modo però, non è stato utile nemmeno quanto accaduto da via Cavour a via Merulana, quando azioni in classico stile minoritario hanno cambiato il volto di un’intera manifestazione. » (Oltre il 15 Ottobre, per una rivolta permanente, Atenei in Rivolta).</p>
<p>Qualunque sia stata l'impostazione dei diversi comunicati, tutti gli intervistati hanno reputato “infami” pratiche delatorie e i delatori, e hanno espresso «solidarietà a chi subisce irruzioni e perquisizioni in casa, a chi viene sbattuto in prima pagina e consegnato al massacro mediatico».</p>
<p><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2681.jpg" rel="lightbox[3569]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3573" title="I fumogeni hanno colorato, e spesso oscurato, l'intero pomeriggio" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2681-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>LEGALITÀ E VIOLENZA: TUTTO RELATIVO?<br />
Dunque non si possono escludere i violenti tout court, senza aver cercato di capire perché ci siano e di cosa siano espressione. Ma se loro stessi si considerano fuori dal movimento, irrappresentabili, com'è possibile costruire un dialogo e pensare di includerli in questo nuovo movimento che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza prevaricazione come il suo metodo?<br />
La risposta di Jacopo, di Rosso collettivo, riassume l'idea di molti:<br />
«A Roma si è pensato che la spontaneità della piazza potesse accontentare tutte le singolarità di obiettivi. Tutti sapevamo che questo “vedremo cosa succede” era terreno fertile per i tumulti. Quello che è accaduto ha sottolineato che in quella piazza non c'era un collante, e che ci vuole organizzazione. Ma non condanno la violenza a priori; come dice il comunicato di Rosso Collettivo, “la violenza può e forse deve essere una pratica del movimento se è cosciente e condivisa, quindi se parte da una analisi e da obiettivi strategici che la prevedono”. Questo movimento sta ricercando una legittimità, per una via che in questo momento è eversiva. Mi spiego meglio: ci sono tanti tipi di azioni illegali. Il taglio della rete in Val di Susa è stato un atto illegale, ma proclamato. Così come occupare un teatro: è illegale? É violento? Al movimento non dovrebbe interessare, perché si vuole creare una nuova legalità, una nuova società, che supera la dicotomia privato-pubblico sulla forma di espropriazione del bene comune».<br />
Ma quindi cos'è l'alternativa? L'alternativa, diceva qualcuno a Roma, non rappresenta un programma politico minimo, ma un progetto sociale massimo, che pone interrogativi piuttosto che fornire risposte. Rappresenta lo spazio del confronto, l'insieme degli obiettivi indispensabili e generali a cui tendere.<br />
Insomma, basta parlare di violenti, debolezze e divisioni interne; meglio fare riferimento a percorsi sociali e politici, finora solo territoriali. Però le divisioni ci sono, e spesso non basta definirsi “oltre-istituzionali” per iniziare percorsi condivisi.<br />
<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2647.jpg" rel="lightbox[3569]"><img class="alignright size-medium wp-image-3574" title="Numerosi manifesti annunciavano l'evento sui muri" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2647-300x297.jpg" alt="" width="300" height="297" /></a><br />
NUVOLE E SCHIARITE ALL’ORIZZONTE<br />
«Sono tempi duri per il movimento, a livello nazionale così come locale» dicono dal Cantiere. «È vero che nel momento in cui gli obiettivi sono comuni si cerca di mettersi insieme, ma anche le pratiche sono importanti, e i rapporti non sono sempre facili. E poi ci sono anche qui quelli che stanno alle logiche di partito, e non vogliono rifiutare l'istituzionalizzazione del conflitto.» Vittorio, dell'Aula occupata Cosp-irare in Statale, è invece ottimista: pensa che Milano possa essere terra fertile per la costruzione di un movimento che si basi sul rifiuto di istituzioni partitiche e sindacali. Infine c'è la questione delle barriere linguistiche: in Italia non è cosa nuova attaccarsi alle parole. Gli anarchici sono allergici a frasi come “bisogna avere un programma”, mentre  “c'è la necessità di organizzarsi” va benone. Rosso collettivo invita «tutte le realtà di movimento di Milano a costruire una RETE unitaria, fuori da ogni settarismo e prevaricazione», ma c'è chi storce il naso e dice: «già se è rosso non mi rappresenta».<br />
Una cosa è certa: qualcosa si muove. E non sono solo i cortei. Nuovi collettivi e gruppi di discussione fioriscono ovunque, e quando uscirà questo numero saranno già passate due date importanti che non potremo raccontare: l'11 novembre, #Occupiamo il mondo,  e il 17 novembre, giornata mondiale dello studente.<br />
Chissà se si troveranno obiettivi concreti e pratiche condivise per costruire il movimento degli Indignados.</p>
<p>Di: Bertone Biscaretti e Cecilia Foschi</p>
<p>Foto: Daynèe Leal</p>
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		<title>La messa in scena della rabbia</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 16:49:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bertone Biscaretti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Conflitti&Immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Cronaca&Città]]></category>
		<category><![CDATA[Indignazione/Indignados]]></category>

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		<description><![CDATA[Ore 15.15 Una falange di circa 200 persone sfila sotto i Fori Imperiali. Un blocco nero, corazzato dai caschi ed armato di bastoni borchiati, mazze, spranghe, rabbia. Fino ad ora sono girate voci su presunta violenza, alcune macchine sono bruciate, poco fa dei negozi sono stati devastati. Ma di black bloc si è parlato poco, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong> </strong></h3>
<p>Ore 15.15<br />
Una falange di circa 200 persone sfila sotto i Fori Imperiali. Un blocco nero, corazzato dai caschi ed armato di bastoni borchiati, mazze, spranghe, rabbia.<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2670.jpg" rel="lightbox[3557]"><img class="alignright size-medium wp-image-3561" title="Nerovestiti sotto i Fori Imperiali" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/IMG_2670-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><br />
Fino ad ora sono girate voci su presunta violenza, alcune macchine sono bruciate, poco fa dei negozi sono stati devastati. Ma di black bloc si è parlato poco, noi non li abbiamo ancora visti; ora sono là in mezzo alla strada. Non vediamo i loro volti ma ci regalano un’immagine indelebile, inequivocabile. Da ora in avanti saranno sulla bocca di chiunque parlerà della manifestazione del 15 di ottobre a Roma.</p>
<p>Non sappiamo chi siano ma è chiaro che non sono marziani, infiltrati. Si schierano dietro il carro di San Precario, da lì una voce femminile grida nel megafono: «Saremo belli com’è bella l’umanità!». Ed ancora: «Oggi abbiamo compiuto delle azioni forti. Non si dica che sono stati gruppi isolati, rivendichiamo il fatto che oggi questo corteo è entrato in un negozio ed ha preso ciò che voleva».</p>
<p>Oltre al quadrato schierato sono in tanti lì vicino, neri, col viso coperto. La parata continua, sfila sotto il Colosseo, entra in via Labicana. Non c’è solo lo spezzone degli autonomi, la folla è variegata, di nuovo colorata, ci sono anche i Cobas. Dopo cento metri di marcia un ragazzo si avvicina alla telecamera di un cancello privato, la sfascia con una mazza, lanciano un fumogeno rosso, poi una bomba carta che esplode nel cortile tra due edifici, rimbomba, rintrona. In molti esultano.<br />
Qualcosa succede davanti a noi: decine di persone corrono indietro, qualche attimo di panico, grida, e si riprende a camminare. Forse un’altra bomba, inesplosa, difficile saperlo con certezza, ma il meccanismo è questo: quando la folla inizia a scappare sono in pochi a rimanere calmi mentre una fiumana gli corre addosso.<br />
Intanto un gruppo di manifestanti caccia tre ragazzi colpevoli di avere casco e volti coperti; non li vogliono perché sono violenti, perché la loro è un’altra manifestazione, nello stesso corteo.<br />
<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0307.jpg" rel="lightbox[3557]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3564" title="Vetrine della banca distrutte" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0307-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Brucia una macchina davanti ad una caserma, una donna scende in strada, disperata, in lacrime: «E’ la mia macchina! Bastardi, fascisti! Come farò? E’ la mia macchina». Brucia anche la caserma, sono state lanciate delle molotov, la folla passa dall’altro lato della strada. Poco più avanti viene assalita una banca, i vetri ed i bancomat distrutti. C’è un’altra fuga all’indietro, questa volta più massiccia.<br />
Una parte del corteo svolta a desta in via Merulana, soprattutto Cobas. Un cordone della polizia sbarra la strada, si apre dopo qualche minuto di contrattazione. Un gruppo quindi si dirige verso piazza San Giovanni.<br />
Centinaia di persone proseguono per Viale Manzoni. La confusione è tanta: cassonetti usati come barricate, incendiati, scoppi, fumo rosso dei fumogeni, nero delle macchine. Dalle vie Boiardo e Merulana arrivano un centinaio di poliziotti. Si dividono su tre fronti, una trentina schierati all’altezza del numero 24 del viale. A 30 metri da loro i manifestanti, a decine armati. Lanciano spazzatura, fumogeni, bottiglie, bombe carta. Hanno poca mira, a danno delle decine di fotografi e giornalisti, alcuni chiusi tra i due fronti, schiacciati contro il muro nascosti tra le macchine.<br />
Parte una carica, la folla indietreggia; altri compaiono alle spalle delle forze dell’ordine e riprendono il bombardamento. La polizia si volta e carica di nuovo, e così ancora ed ancora. <a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0318.jpg" rel="lightbox[3557]"><img class="alignright size-medium wp-image-3560" title="Scontri per strada" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0318-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
Da via Boiardo arrivano due camionette, un solo agente a bordo. Fanno scudo ai colleghi, sono bersagliate da bottiglie e fumogeni. Accorrono altri agenti. Tra i due fronti, avvolto nel fumo, avanza un ragazzo sventolando un’enorme bandiera rossa.<br />
Giunge la voce di cariche in Piazza San Giovanni, corriamo lì.<br />
Ore 16.35<br />
Sotto l’obelisco, dal camion dei Cobas, si sente un megafono: «Fatela finita, è tutta la manifestazione che ve lo chiede. Chiediamo a tutti i ragazzetti con i caschi di andarsene. Tornate a casa vostra!».<br />
Sotto la facciata di San Giovanni in Laterano dei percussionisti battono un ritmo allegro, clown e saltimbanchi ballano. Un ragazzo con casco nero passa e urla ironico: «Ballate, ballate, che così cambiate il mondo!».<br />
Allontanandosi dalla basilica la musica si fa presto sottofondo; risuonano le sirene, gli scoppi, le grida.<br />
Una dozzina di mezzi tra carabinieri, polizia e finanza gira tra via Vittorio Emanuele e piazzale Appio. I giardini di piazza San Giovanni sono pieni, in molti osservano dal sagrato, tanti lanciano sampietrini e fumogeni. Qualche pietra arriva anche da parte degli agenti.<br />
Le forze dell’ordine attivano<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0322.jpg" rel="lightbox[3557]"><img class="alignleft size-medium wp-image-3562" title="Clown in Piazza San Giovanni" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0322-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a> gli idranti dei loro mezzi; le camionette sono sempre in movimento, caricano, spaventano, disperdono, deviano. Se si fermassero verrebbero accerchiate e rimarrebbero bloccate, o investirebbero qualcuno ripartendo.<br />
I lacrimogeni iniziano a volare alti, arrivano lontano. Ora tutti seguono gli scontri, in centinaia partecipano, molti non hanno caschi e non sono vestiti di nero. Un’intera piazza piange, tossisce, sputa accecata e fatica a respirare. Ci si passa i limoni per contrastare il gas, riaprire gli occhi. Ci si ammassa al lato opposto cercando di scappare dal fumo. I lanci si infittiscono ogni 10-15 minuti.<br />
Un gruppo di persone sfila via da un lato, le mani alzate. Dalla parte di piazza San Giovanni il conflitto continua.<br />
Ore 17.30<br />
Un drappello di manifestanti si stacca dalla basilica e marcia lento verso la zona degli scontri. Una ragazza vestita di colori vivaci grida: «Dai ragazzi, siamo tanti e pacifici! ». Ma sono di più quelli che rimangono contro il muro, e quelli che partecipano alla battaglia.<br />
La polizia ora indietreggia molto, la piazza è dei manifestanti, per ora. Ma si va avanti così per ore.<br />
Dalla gradinata di San Giovanni parte un lacrimogeno, atterra tra la gente. La violenza non si controlla.<a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0335.jpg" rel="lightbox[3557]"><img class="alignright size-medium wp-image-3565" title="Brucia la camionetta dei Carabinieri" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/DSC_0335-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
Ore 18.15 circa<br />
La guerriglia continua. Due camionette  dei carabinieri varcano la strettoia che c’è tra lo spiazzo davanti alla basilica e piazza San Giovanni. Si trovano lì attorno diverse centinaia di persone, forse un migliaio. Sferrano un vero assalto all’arma bianca ai mezzi, che hanno poco spazio di manovra. Li tempestano di colpi con mazze, bastoni, sassi. Uno dei corazzati riesce a svicolare, l’altro è accerchiato. Dei ragazzi riescono a salire a bordo. Il veicolo prende fuoco, una colonna di fumo nero sale al cielo. Gran parte dei presenti scoppiano in giubilo, applaudono, altri restano attoniti, qualcuno piange, qualcuno ride. Un ragazzo allontanandosi ripete ebbro: «C’ero anch’io! C’ero anch’io!».</p>
<p class="facebook"><a href="http://www.facebook.com/share.php?u=http://www.fabergiornale.it/2012/01/19/la-messa-in-scena-della-rabbia/" target="_blank"><img src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/plugins/add-to-facebook-plugin/facebook_share_icon.gif" alt="Share on Facebook" title="Share on Facebook" /></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Per Cechov tutto il mondo è paese</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jan 2012 00:57:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Carta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte&Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Giovani&Divertimento]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni&Critiche]]></category>
		<category><![CDATA[accademia]]></category>
		<category><![CDATA[arutyunyan]]></category>
		<category><![CDATA[cechov]]></category>
		<category><![CDATA[cechoviana]]></category>
		<category><![CDATA[filodrammatici]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[saggio]]></category>

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		<description><![CDATA[La giovane compagnia formata all'Accademia dei Filodrammatici porta in scena un lavoro sui racconti del drammaturgo russo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/cechoviana.jpg" rel="lightbox[3550]"><img class="alignnone size-medium wp-image-3555" title="cechoviana" src="http://www.fabergiornale.it/wp-content/uploads/2012/01/cechoviana-300x241.jpg" alt="" width="300" height="241" /></a>Chi non crede che un saggio di accademia possa essere uno spettacolo con tutti i carismi vada a vedere Cechoviana al Teatro dei Filodrammatici.</p>
<p>Il lavoro, svolto dagli undici attori appena diplomati, verte su alcuni racconti di Cechov (tra questi Un’imprudenza, La consorte, Il diario di un aiuto contabile…).<br />
La compagnia, guidata da Karina Arutyunyan, ha creato una brillante struttura drammaturgica che cuce insieme le varie storie nella cornice di un paesino.<br />
Nell’arco temporale di una sola giornata, una reazione a catena di eventi porteranno il caos nella noia borghese dei personaggi.<br />
Dašenka è a casa che aspetta il cognato Pëtr Petrovic («Io sono una persona regolare, moderata, sobria» dice lui, smentendosi nei fatti). I rintocchi della pendola scandiscono l’attesa; quando questi rientra, per errore beve del petrolio scambiandolo per vodka.<br />
Questa l’ironia beffarda che costella il racconto cechoviano (la stessa che si può cogliere nel grande teatro, da Zio Vanja a Il giardino dei ciliegi.) E lavoro degli attori sui personaggi la mette in risalto in maniera ancora più esplicita: durante lo spettacolo si ride, e di gusto.<br />
Su questa lunghezza d’onda si disegnano le altre vicende. Nikolai scopre in un biglietto l’adulterio della moglie. «Michel mi ha fatto sentire una donna viva» dice lei. «Ti libero dalla necessità di fingere, di mentire» esclama lui concedendole il divorzio. Ma la moglie riesce a ribaltare la prospettiva, aggredendo il marito e imponendosi in casa per non perdere con il divorzio la posizione sociale di moglie di medico (figura professionale immancabile nella poetica di Cechov che medico era); E ancora: un aiuto contabile si rende involontariamente complice nella truffa ai danni di uno straniero, mentre da un’altra parte un soprano lirico accoglie l’amante nei camerini; non sa che si presenterà anche la moglie di lui, chiedendo indietro tutti i regali di valore dell’infedele consorte.</p>
<p>Lo spettacolo è inventivo nella forma, ma rispetta la sostanza; tornano così i temi cari a Cechov della salute, del vizio, dell’infedeltà e della ristrettezza economica. Cechoviana è anche l’ironica amarezza di storie che finiscono a volte bene e a volte male, come quella di una donna che insegue il suo sposo. In dodici anni di matrimonio egli continua a mancare da casa per dedicarsi al suo lavoro di cacciatore; l‘infelice troverà pace solo nel suicidio, descritto scenicamente con grande delicatezza.</p>
<p>Lo spettatore constata con piacere come recitare Cechov, sia pure riadattandone la prosa e non la scrittura scenica, non significhi necessariamente tragedia e languore. Il tragicomico dei personaggi è reso in maniera dinamica e divertente e certamente ognuno degli attori ci ha messo del suo, “tradendo” in qualche modo l’autore; eppure l’identità di quest’ultimo è stata compresa appieno.</p>
<p>Insolita e curiosa anche la scenografia, i ritratti dei personaggi accompagnano gli attori nella messa in scena rievocando un passato felice in contrasto con la fotografia di un presente infelice.<br />
Immaginario e reale si incontrano proprio nella scenografia nella quale convergono non solo ricordi e illusioni dei personaggi, ma tutto il bagaglio culturale del ’900, fino a far fondere le foto dei personaggi con quelle delle celebrità del secolo.</p>
<p>Nella Russia che ci viene proposta a tutti i personaggi manca un impulso vitale, uno slancio, tutti finiscono irrimediabilmente soli, ma come dichiara Karina Arutyunyan, regista e ideatrice del progetto «abbiamo cercato di non perdere mai quel suo sorriso meraviglioso».</p>
<p><strong>Francesca Carta<br />
Matteo de Mojana</strong></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
<p><strong><em>Cechoviana</em></strong></p>
<p><span style="font-weight: bold;">ideazione e regia Karina Arutyunyan<br />
Co-produzione <strong>Teatro Filodrammatici, TEATRO Ma<br />
17-29 gennaio Teatro Filodrammatici, via Filodrammatici 1, Milano<br />
</strong> </span></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>BLACKOUT</title>
		<link>http://www.fabergiornale.it/2012/01/18/blackout/</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 23:09:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[PERCHÈ OSCURARE FABER? Mercoledì 18 gennaio il sito di Faber sarà oscurato per 24h, in contemporanea a molti altri siti web e d'informazione del mondo. Oscuriamo volontariamente il sito in protesta contro il SOPA (Stop Online Piracy Act), una manovra di legge attualmente al vaglio del congresso americano. Con la scusa della tutela del copyright [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>PERCHÈ OSCURARE FABER?</p>
<p>Mercoledì 18 gennaio il sito di Faber sarà oscurato per 24h, in contemporanea a molti altri siti web e d'informazione del mondo.</p>
<p>Oscuriamo volontariamente il sito in protesta contro il SOPA (Stop Online Piracy Act), una manovra di legge attualmente al vaglio del congresso americano.</p>
<p>Con la scusa della tutela del copyright tale provvedimento rischia di mettere in pericolo l'esistenza di numerosissimi siti web, anche per questioni ben lontane dalla tutela della proprietà intellettuale, nonché l'anonimato e dunque la salute di attivisti per i diritti umani e dissidenti politici in tutto il mondo.</p>
<p>Il problema non riguarda solo gli Stati Uniti d'America: troppo spesso ormai la legislazione mondiale, come quella italiana, tende con l'alibi della pirateria online a regolare internet in modi che ne ledono fortemente la libertà.</p>
<p>Speriamo in un futuro di cultura e informazione libera, vera, trasparente e accessibile a tutti.</p>
<p>Speriamo che tornerete a leggerci presto.</p>
<p>La Redazione</p>
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		<title>Democrazia partecipativa?</title>
		<link>http://www.fabergiornale.it/2012/01/12/democrazia-partecipativa/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Jan 2012 17:07:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Zancan</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[Commento alla serata di Lunedì 9 Gennaio al Cam di corso Garibaldi.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’incontro di lunedì sera (9 gennaio) al Cam di Corso Garibaldi, nato dalla volontà di spiegare ai cittadini le nuove misure per l’Area C e per instaurare un sereno dibattito sul tema, si è trasformato in una serata di sfogo e di pura protesta per questo nuovo provvedimento comunale. Quello che, sulla scia di precedenti incontri tra il comune e i cittadini, doveva essere un momento di confronto anche critico sul tema, è diventata occasione di urla e insulti, al motto di «non siamo qui per ascoltare, ma per protestare». Questo lo spirito della serata per la maggioranza dei presenti.</p>
<p>Sicuramente il luogo scelto è inadatto a ospitare questo tipo di eventi e gli organizzatori avrebbero dovuto essere più lungimiranti e aspettarsi una grande affluenza: la logistica scomoda e mal gestita ha amplificato il nervosismo generale. Per mancanza di spazio al coperto, infatti, l’incontro si è svolto al freddo nel giardino.</p>
<p>Molti hanno frainteso o non hanno compreso lo scopo dell’occasione fornita: dibattere per capire meglio il provvedimento, per ascoltare i pareri altrui e per esporre il proprio. Anche per le incitazioni di due  consiglieri di opposizione, Carlo Masseroli (Pdl) e Matteo Salvini (Lega)  che hanno coordinato la protesta, nella sala sono volati insulti contro l’assessore e fischi di chi sostiene il «voglio tornare a casa quando voglio senza guardare l’orologio». La serata si è ridotta così a un tentativo di comunicazione mancata, e ha dimostrato che in questo clima il dialogo è forse solo un lontano miraggio.</p>
<p>Colpiva osservare individui adulti (per lo più ultra 40enni) che si scagliavano in modo incivile l’uno contro l’altro e contro i consiglieri. Il diritto alla protesta è ovviamente garantito. Ma i modi in cui si è espressa la rabbia contro la misura comunale sono inaccettabili e deludenti. Il brevissimo discorso introduttivo di Pierfrancesco Maran, assessore alla mobilità e ambiente, è stato continuamente interrotto dalle urla del pubblico, e i monologhi di chi ha preso la parola successivamente (tutti potevano prenotarsi aggiungendo il proprio nome a una lista) miravano più a orientare allo scontro la massa che ad affrontare il tema in modo serio e costruttivo. Alcuni punti di vista erano interessanti anche se spesso infarciti di frasi retoriche. Come per esempio «Il comune o non sa fare i conti o ci prende in giro»; ma nella grande maggioranza gli interventi si sono rivelati autoreferenziali e sterili per il confronto: i temi dell’ambiente e della comunità non sono stati neppure sfiorati.</p>
<p>Il conflitto, inizialmente rivolto agli organizzatori dell’incontro, é poi dilagato fra il pubblico. «Non voglio pagare per tornare a casa», «vada a vivere in Svizzera»: un continuo scontro interpersonale, muro contro muro, senza accenni al compromesso. Una ragazza di 18 anni è stata invitata a tornarsene a casa perché ancora “poppante”.</p>
<p>Agli occhi dello spettatore sgomento Milano appare impreparata e non disposta ad accettare il dialogo costruttivo fortemente voluto e perseguito dalla nuova giunta. I presenti volevano solo difendere la propria idea senza mediazioni nei confronti delle idee espresse dagli altri, senza ascolto, senza compromesso. Un clima da tifoseria irragionevole, sorda e testarda, spesso priva di rispetto e persino di elementare educazione. Nella società civile la divergenza di opinioni può essere molto fruttuosa se è votata all’incontro; ma se si appiattisce in una ferrea difesa del proprio interesse perde il suo valore, e rende ancora più sottile le fila che tengono insieme i cittadini e li legano ai loro rappresentanti. In altre parole spezza la rete della democrazia partecipativa.</p>
<p><strong>Chiara Zancan</strong></p>
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