La ricerca ha iniziato a dare risposte mentre il proibizionismo sembra perdere la sua battaglia contro un consumo diffusissimo tra giovani ancora disinformati: dipendenza, effetti collaterali e non
(Segue la Parte I)


I danni al sistema respiratorio

Le prime conseguenze del consumo ricadono sul sistema respiratorio. In Italia marijuana e hashish si assumono principalmente fumando canne e mescolandoli col tabacco. La quantità di tabacco può variare da un terzo ad una sigaretta intera, o quasi (nel caso dell’hashish, o semplicemente fumo). Si fumano con filtri di carta, che bloccano i residui solidi ma non filtrano in alcun modo le particelle più nocive. Inoltre chi fuma una canna tende ad aspirare più in profondità e per più tempo di chi fuma una sigaretta, per assorbire più principio attivo e farsi di più; entrambi i fattori hanno ovvie ricadute sulla nocività del fumo aspirato. Il pericolo più grave riguarda il cancro ai polmoni.
Tutte le principali pubblicazioni scientifiche sottolineano come sia difficile calcolare l’impatto specifico del consumo di cannabis nello sviluppo di tale patologia, proprio perché mischiata col tabacco, già di per sé la prima fonte di rischio di contrarre un cancro polmonare; tuttavia pubblicazioni recenti sembrano indicare un ruolo indipendente della cannabis nello sviluppo della malattia.

Uno studio condotto nel 2008 in Nuova Zelanda (dove la cannabis è spesso consumata senza tabacco) ha avuto una grande eco nella comunità scientifica internazionale e indica come il consumo di cannabinoidi a lungo termine aumenti il rischio di contrarre questo tipo di cancro, sottolineando il fatto che il fumo di marijuana ha una concentrazione quasi doppia di alcune sostanze cancerogene, quali il benzopirene, rispetto a quello di tabacco. Un aumento sensibile del pericolo però è stato individuato solo per i consumatori abituali, per i quali fumare un paio di canne al giorno equivarrebbe a fumare tra le 20 e le 30 sigarette.
Va ricordato che sono stati confermati anche effetti anti-cancerogeni del Thc, il principio attivo della cannabis, che agiscono bilanciando in alcune condizioni gli effetti cancerogeni, almeno in parte, e sui quali si sta concentrando la medicina nella ricerca continua di una cura per il cancro.

La dipendenza

Il dottor Michael Farrell, psichiatra e professore del National Addiction Centre di Londra sottolinea come l’accresciuto consumo di cannabis sia un fattore positivo per un campo fondamentale della moderna ricerca scientifica, ma aggiunge che il fenomeno della dipendenza dal consumo di marijuana è ormai un dato di fatto sorprendentemente poco considerato.
Uno studio californiano stima che nel 2011 sono stati riscontrati i criteri medici della dipendenza su circa il 10% dei consumatori di marijuana;  dipendenza caratterizzata da un utilizzo compulsivo, impossibilità o enorme difficoltà di smettere nonostante conseguenze dannose e l’emergere di una sindrome da astinenza dopo la cessazione del consumo, i cui sintomi includono disturbi dell’umore, del sonno e smania di ricominciare. Nonostante questi effetti non abbiano ulteriori conseguenze negative e siano destinati a scomparire (in alcuni casi dopo mesi), esercitano un’azione assuefacente che mina gli sforzi di smettere di fumare.
La dipendenza da marijuana è comunque molto diversa da quella da droghe pesanti quali eroina e cocaina, essendo piuttosto assimilabile a quella da tabacco.

Marijuana, sistema nervoso e cervello

La ricerca sui cannabinoidi è intensissima anche nel campo delle neuroscienze e va verso due direzioni principali: l’analisi degli effetti negativi che alterano il sistema nervoso e quella di effetti positivi che potrebbero aiutare la medicina a combattere mali quali tumori e patologie neurodegenerative.
Il Thc influisce direttamente su recettori presenti nel corpo dei mammiferi, detti endocannabinoidi. Questi recettori sono attivati anche da sostanze che il corpo umano produce da sé ed hanno un ruolo fondamentale nella sua vita, ruolo non del tutto svelato.
L’attivazione dei recettori endocannabinoidi ha effetti inibitori su particolari funzioni neuronali legate, tra le altre, ad attività motorie e a ciò che viene definito stereotipizzazione e memoria motoria a breve termine: responsabile, semplificando molto, di associazioni di idee che provocano, o evitano, paranoie ed incubi. Questi meccanismi sono particolarmente soggettivi, il quadro è complesso, ma quanto detto dà un’idea di come il consumo di cannabis possa arrivare ad interagire a vario titolo con psicosi e schizofrenie: termini lungi dall‘essere legati alla comune concezione di “pazzia“, ma che con diverse intensità sono riferibili a fette di popolazione molto più ampie.


Schizofrenia, incoerenza del pensiero, paranoia e depressione

Ricerche sull’impatto della cannabis su soggetti ad alto rischio di sviluppare schizofrenia muovono dal presupposto che la sostanza di per sé non è necessaria o sufficiente a causare tale sviluppo e che l’associazione potrebbe essere dovuta ad una vulnerabilità genetica agli effetti della sostanza. Ma resta il fatto che il consumo di cannabinoidi è un fattore di rischio, specialmente per gli adolescenti.
Va specificato che il termine schizofrenia è piuttosto generico ed indica una serie di disturbi che compromettono il cosiddetto “esame di realtà” da parte dell’individuo. Disturbi che possono variare da forme di incoerenza del pensiero a manifestazioni di paranoia. Inoltre scientificamente si parla di schizofrenia quando i disturbi raggiungono una certa gravità, ma essi possono fermarsi a livelli inferiori e la cannabis naturalmente influisce anche su tali forme meno acute e con le quali è possibile una pacifica convivenza.
Tale patologia è strettamente legata al consumo di sostanze, le più comuni delle quali sono alcool, tabacco e in particolare la marijuana. La relazione tra questo consumo e lo sviluppo del disturbo tuttavia è dimostrata solo per chi faccia un uso abituale della sostanza e le prove di una sua relazione con anomalie nella struttura del cervello di soggetti non naturalmente predisposti sono insoddisfacenti o addirittura inesistenti.
La schizofrenia è un male diffuso tra 15-25 persone ogni 100 mila; essendo le cause legate ad un complicato mix di fattori genetico - biologico - psicologici è difficile dire in quanti siano a rischio; ma quanto detto è sufficiente a capire come un consumo sregolato possa in molti casi influenzare la personalità dell’individuo senza per questo portare a disturbi così gravi da far parlare di psicosi.

Recentemente si è studiato anche il collegamento tra utilizzo di cannabis e depressione: conferme della sua esistenza sussistono solo in concomitanza di una predisposizione genetica particolare, ma in questo caso ad aumentare il pericolo è la diffusione del male in questione. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020 la depressione rappresenterà la seconda fonte di disabilità nel mondo.

P.s. - Questo articolo, pur avendo intento divulgativo di ricerche scientifiche, non ha di per sè alcun intrinseco valore scientifico o medico ed è stato scritto, dopo settimane di studio e grazie all'aiuto di esperti, da un "profano" delle scienze mediche.