15 Ottobre 2011: Occupy Rome
January 19th, 2012 | Published in Articoli
Analisi di un movimento
Tra le almeno 200-300 mila persone scese in strada a Roma il 15 ottobre c'erano centinaia di gruppi con nomi, simboli ed obiettivi diversi. La classificazione più facile, quella più utilizzata dai media, è quella tra pacifisti, col fine di una grande sfilata con comizio finale, e violenti, teppisti tout court. Tra i due poli si trovano le più diverse posizioni.
Il modello che le manifestazioni di tutto il mondo avrebbero ufficialmente dovuto seguire, quello della cosidetta global revolution, prevede l'occupazione pacifica e protatta di un luogo simbolo, una piazza centrale, vicina ai luoghi del potere politico e finanziario; occupazione senza colori politici durante la quale costruire dibattiti e proposte. 
In Italia si è scelto di indire un'unico grande evento a Roma invece di dividere la protesta su più piazze. 300 mila persone difficilmente possono partecipare ad un dialogo unico in un luogo fisico qualsivoglia. A Roma si distinguevano tra la folla bandiere di partito, numerosi sindacati; addirittura alcuni politici hanno annunciato la loro partecipazione a quella che avrebbe dovuto essere una contestazione contro loro stessi.
Mentre per dei ragazzi con bandiera di Rifondazione, che si sentono ben rappresentati dal partito, si trattava di una semplice manifestazione contro il governo, secondo il Coordinamento Nazionale 15 Ottobre non si sarebbero dovuti esibire simboli partitici, e Giuseppe de Marzo, uno degli organizzatori nel coordinamento, auspicava la formazione di un'acampada in piazza San Giovanni. Sull'idea di una sfilata pacifica, culminante in un'assemblea nella piazza concessa dalla questura, concordavano moltissime delle sigle organizzatrici: dai Comitati per l'Acqua Pubblica ai Cobas. Ma di un'occupazione permanente, spesso auspicata ufficiosamente, hanno parlato poco.
Altrettanto condivisa, in particolare da studenti e centri sociali, la voglia di evitare il lungo e festivo corteo, apprezzato dai leader politici, solidali, ma che non porta quasi mai a niente. Il verificarsi di scontri con le forze dell'ordine era più di una possibilità; l'incognita era rappresentata da obiettivi e modalità.
Tra gli studenti della Statale scesi verso la capitale, anarchici, autonomi, altri più moderati, alcuni riformisti, non si auspicava la violenza per come si è manifestata, come pura e generalizzata dimostrazione di rabbia; ma in molti volevano entrare nella zona rossa: l'area isolata dalla polizia, dove si trovano i luoghi del potere. Se la forza fosse stata usata per spezzare il cordone delle forze dell'ordine in uno o più punti ed aprire un varco per il resto del corteo, che, in pochi dubitano, avrebbe seguito, molti di più si sarebbero coperti il volto.
La notizia che alcune vetrine sarebbero state attaccate almeno simbolicamente pareva esser già nota almeno a una parte del movimento a Roma. In Piazza Repubblica si parlava di obiettivi simbolici: un alimentari per i beni di prima necessità, un compro-oro per il lusso; ma non delle devastazioni che sono seguite. Pochi apparentemente avevano informazioni precise, altri voci o istruzioni di massima. Da questi atti dimostrativi, rivendicati poco dopo l’esecuzione attraverso un megafono sul camion di San Precario, sul quale era data la possibilità di paralare a chiunque partecipasse allo spezzone, bisogna distinguere le esplosioni di violenza che hanno colpito macchine e devastato la città; opera di nerovestiti: circa 500 in tutto. A ciò si aggiunga la guerriglia con la polizia portata avanti da migliaia di persone; non una forza organizzata, ma persone scese in piazza per manifestare qualcosa in più dell‘indignazione.
Si è parlato tanto del #15O romano, anche all’estero. L’accento è ovviamente caduto sui fatti di violenza, con gran fastidio di molti indignados.
Come spesso accade la giornata, raccontata come evento spettacolare, è rimasta notizia in cronaca e negli show televisivi solo per tenere alto lo share. Ma nei media tradizionali nessuno ha voluto analizzare e approfondire quanto successo. Al di là delle facili condanne alla violenza, qualcuno si è chiesto se, e in che modo, questo movimento dall’identità indefinita, con la sua trasversalità generazionale, promiscuità politica e novità possa costruire un’alternativa?
Abbiamo provato a farlo noi di Faber, leggendo nell’ultimo mese centinaia di comunicati, articoli, commenti e parlando con decine di persone, soprattutto ragazzi di diversi gruppi e realtà politiche milanesi. Di seguito qualche spunto di riflessione sul movimento.
BUONI O CATTIVI, NON È LA FINE
Molti hanno dichiarato che bisogna distinguere tra violenti e non violenti, ma nella maggior parte dei comunicati redatti da collettivi e centri sociali si legge l'invito a superare questa dicotomia. A sentire loro il vero spartiacque sarebbe tra chi vuole un cambiamento radicale di questa società e chi, invece, vuole solo un suo aggiustamento in senso più solidale.
«Al movimento globale non interessa criminalizzare le pratiche di Roma. Questo è interesse sicuramente dei partiti, che devono candidarsi per
una alternativa responsabile, piccoli affari italiani, insomma poca cosa. Da uno sguardo globale e di più ampio respiro sembra sicuramente più strano che da vent’anni in Italia ci siano Berlusconi e la sua accozzaglia, che non riots e scontri del 15 Ottobre a Roma.» (Centro sociale Cantiere).
«L’interrogativo è un altro, ben più profondo: chi ha ragione e chi, invece, ha torto? Non sulla questione delle pratiche, bensì sui temi centrali che stanno di fronte al movimento. [...]È sulla costruzione di posizioni chiare, sulle analisi faticosamente condivise, sugli obiettivi conseguenti che il movimento può crescere, a partire dalla consapevolezza che nessuno ha la verità in tasca. Altro che violenza o non violenza! Il re ormai è nudo!» (Rosso Collettivo).
«Roma ha segnato uno spartiacque netto: il NO, rivolto a tutte le cupole partitiche e sindacali, urlato a gran voce da tutti coloro che, direttamente o indirettamente, hanno preso parte alla resistenza di piazza S. Giovanni è la base su cui costruire una progettualità.» (Assemblea in Università statale del 2 Novembre).
C'è chi è d'accordo con queste riflessioni, ma concentra piuttosto l'analisi sulla rabbia e sulle pratiche con cui essa è stata espressa:
«La rabbia certo può avere diverse modalità espressive, ma l’elemento qualificante dei movimenti deve essere la capacità di offrire un possibile orizzonte in cui essa diventi progetto. Sabato scorso la maggiore mancanza collettiva dei movimenti (e non ci sottraiamo a questa colpa) è stata questa incapacità di dare un orizzonte di senso in cui esprimere e incanalare la rabbia di chi si sente privato del proprio futuro » (Appunti su Roma, Z.A.M., LabOut, Rete Studenti).
«La piazza San Giovanni che parte degli organizzatori avevano in mente non era quello che secondo noi serviva, non superava l’inutile ritualità. Allo stesso modo però, non è stato utile nemmeno quanto accaduto da via Cavour a via Merulana, quando azioni in classico stile minoritario hanno cambiato il volto di un’intera manifestazione. » (Oltre il 15 Ottobre, per una rivolta permanente, Atenei in Rivolta).
Qualunque sia stata l'impostazione dei diversi comunicati, tutti gli intervistati hanno reputato “infami” pratiche delatorie e i delatori, e hanno espresso «solidarietà a chi subisce irruzioni e perquisizioni in casa, a chi viene sbattuto in prima pagina e consegnato al massacro mediatico».
LEGALITÀ E VIOLENZA: TUTTO RELATIVO?
Dunque non si possono escludere i violenti tout court, senza aver cercato di capire perché ci siano e di cosa siano espressione. Ma se loro stessi si considerano fuori dal movimento, irrappresentabili, com'è possibile costruire un dialogo e pensare di includerli in questo nuovo movimento che considera il comune costituente come il suo orizzonte e la discussione senza paura e senza prevaricazione come il suo metodo?
La risposta di Jacopo, di Rosso collettivo, riassume l'idea di molti:
«A Roma si è pensato che la spontaneità della piazza potesse accontentare tutte le singolarità di obiettivi. Tutti sapevamo che questo “vedremo cosa succede” era terreno fertile per i tumulti. Quello che è accaduto ha sottolineato che in quella piazza non c'era un collante, e che ci vuole organizzazione. Ma non condanno la violenza a priori; come dice il comunicato di Rosso Collettivo, “la violenza può e forse deve essere una pratica del movimento se è cosciente e condivisa, quindi se parte da una analisi e da obiettivi strategici che la prevedono”. Questo movimento sta ricercando una legittimità, per una via che in questo momento è eversiva. Mi spiego meglio: ci sono tanti tipi di azioni illegali. Il taglio della rete in Val di Susa è stato un atto illegale, ma proclamato. Così come occupare un teatro: è illegale? É violento? Al movimento non dovrebbe interessare, perché si vuole creare una nuova legalità, una nuova società, che supera la dicotomia privato-pubblico sulla forma di espropriazione del bene comune».
Ma quindi cos'è l'alternativa? L'alternativa, diceva qualcuno a Roma, non rappresenta un programma politico minimo, ma un progetto sociale massimo, che pone interrogativi piuttosto che fornire risposte. Rappresenta lo spazio del confronto, l'insieme degli obiettivi indispensabili e generali a cui tendere.
Insomma, basta parlare di violenti, debolezze e divisioni interne; meglio fare riferimento a percorsi sociali e politici, finora solo territoriali. Però le divisioni ci sono, e spesso non basta definirsi “oltre-istituzionali” per iniziare percorsi condivisi.

NUVOLE E SCHIARITE ALL’ORIZZONTE
«Sono tempi duri per il movimento, a livello nazionale così come locale» dicono dal Cantiere. «È vero che nel momento in cui gli obiettivi sono comuni si cerca di mettersi insieme, ma anche le pratiche sono importanti, e i rapporti non sono sempre facili. E poi ci sono anche qui quelli che stanno alle logiche di partito, e non vogliono rifiutare l'istituzionalizzazione del conflitto.» Vittorio, dell'Aula occupata Cosp-irare in Statale, è invece ottimista: pensa che Milano possa essere terra fertile per la costruzione di un movimento che si basi sul rifiuto di istituzioni partitiche e sindacali. Infine c'è la questione delle barriere linguistiche: in Italia non è cosa nuova attaccarsi alle parole. Gli anarchici sono allergici a frasi come “bisogna avere un programma”, mentre “c'è la necessità di organizzarsi” va benone. Rosso collettivo invita «tutte le realtà di movimento di Milano a costruire una RETE unitaria, fuori da ogni settarismo e prevaricazione», ma c'è chi storce il naso e dice: «già se è rosso non mi rappresenta».
Una cosa è certa: qualcosa si muove. E non sono solo i cortei. Nuovi collettivi e gruppi di discussione fioriscono ovunque, e quando uscirà questo numero saranno già passate due date importanti che non potremo raccontare: l'11 novembre, #Occupiamo il mondo, e il 17 novembre, giornata mondiale dello studente.
Chissà se si troveranno obiettivi concreti e pratiche condivise per costruire il movimento degli Indignados.
Di: Bertone Biscaretti e Cecilia Foschi
Foto: Daynèe Leal
About the author
Nato a Pietrasanta (LU) il 20 luglio 1989. Diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano e studente di Giurisprudenza all'Università Statale di Milano.
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