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Impoverimento, tensione sociale e crisi delle istituzioni

December 19th, 2011 |  Published in Articoli, Conflitti&Immigrazione, Economia&Politica, Indignazione/Indignados

Le statistiche descrivono un’Italia più povera di quel che pensiamo, i fatti e le manifestazioni un popolo insoddisfatto: un collegamento tra la perdità di prospettive, l’aumentare della rabbia e la disillusione politica

I Dati: A fine ottobre l'Istat ha pubblicato gli ultimi dati sull'occupazione nel Paese: il tasso di disoccupazione è dell'8,3%, mentre la disoccupazione tra i giovani raggiunge il 29,3%: significa che 1 giovane su 3 cerca lavoro e non lo trova. In Europa la disoccupazione è al 9,7%, quella giovanile al 21,4%: nella media i ragazzi italiani sono messi peggio dei coetanei europei.
Ultimamente è crollato anche il Pil (prodotto interno lordo) pro capite rispetto ai partner continentali. Fissato a 100 il dato medio europeo, l’Italia, che nel decennio 99-09  è scesa da 120 a 102, è il paese che ha perso più posizioni tra il 27 membri dell’Unione.
Ma per avere un'idea precisa dell'impoverimento del paese si possono considerare altre cifre: il 5,2% della popolazione residente, (3 milioni e 129 mila persone, 55 mila in più dell'anno scorso), non riesce ad accedere a uno standard di vita che l’Istat definisce minimamente accettabile.

8 milioni e 272 mila cittadini vivono con meno di 1000€ in due al mese

Un altro 13,8% della popolazione vive invece con meno di 1000 € in due, in condizione di povertà relativa. A questi nel 2008 l’Istat aggiungeva quasi 19 milioni di impoveriti cioè persone che «non potrebbero sostenere una spesa imprevista di 700 € senza finire sotto» o «sono in difficoltà per le spese della vita quotidiana» o ancora erano semplicemente censiti come vulnerabili.
Poveri, noi: Gran parte di queste informazioni si trovano in Poveri, noi di Marco Revelli, docente di Scienza della Politica, alla guida della Commmissione governativa d'indagine sull'esclusione sociale dal 2007 al 2010.
«Tema del libro è il bilancio di un paese fragile, che non ammette di esserlo» afferma Revelli. Oltre a una valanga di dati che dipingono un Italia ben diversa da quella raccontata dai politici, il libro presenta eventi di cronaca che descrivono il rancore della popolazione; come il rogo del 23 dicembre 2006 al campo della Protezione Civile di Opera, a Milano, che ospitava 72 rom, di cui 34 bambini. Sono sintomi di una metamorfosi morale del paese i cui protagonisti sono «sono tutti, chi più chi meno, dei deprivati».  Una delle tesi di Revelli, molto condivisa fra i sociologhi, l’impoverimento dei ceti medio - bassi italiani è collegata all’aumento del risentimento e della tensione sociale.
Le cifre politicamente più interessanti riguardano la variazione di salari e profitti. Secondo l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) l’Italia è stata, tra i 34 paesi membri, quella che tra il 2000 ed il 2007 ha registrato la peggior variazione percentuale delle retribuzioni medie annue.

Prima della crisi il lavoratore medio italiano guadagnava rispettivamente il 23% ed il 18% in meno di tedeschi e francesi, e meno persino di spagnoli e greci.

Molto meglio se la passano i possessori di capitali: Luci Ellis, della Bank for international settlements, e Kathryn Smith, del Fondo monetario internazionale, sostengono in un loro studio che in tutti i Paesi industriali negli ultimi 15 anni una crescente quota di ricchezza prodotta è stata trasferita dai salari ai profitti; in Italia si tratterebbe di circa 120 miliardi di €, l'8% del Pil. E infatti nel decennio 95-05, dicono i due ricercatori, i salari sono aumentati del 4,8%, mentre i profitti sono aumentati del 15,5% per tutte le imprese dell'Industria, e addirittura del 63,5% per le grandi imprese (classifica Istat) .
La Riflessione: «Quella attuale è una fase “risalente” che ha subito un’accelerazione negli ultimi 20 anni in tutto l’occidente, legata alla globalizzazione ed alla nuova competizione economica ed aggravata dalla crisi, che però con la globalizzazione ha poco a che fare». Dice Marco Maraffi, direttore del dipartimento di studi sociali e politici della Statale di Milano, «I primi ad essere colpiti sono stati i salari, ma ora dal basso l’impatto sta salendo verso la classe media. Andiamo incontro a quello che alcuni definiscono un processo di proletarizzazione di mansioni qualificate, come quella dei professori».
Maraffi, studioso tra le altre cose, di movimenti sociali e cultura politica, sostiene che la politica abbia smesso di occuparsi di temi quali salari e distribuzione del reddito proprio in concomitanza di questo maggiore impoverimento, «È un paradosso, legato alla crisi dei partiti come meccanismi di rappresentanza e al rigetto critico delle grandi organizzazioni politiche e sindacali. Queste vecchie e meritorie organizzazioni, che hanno costruito le democrazie politiche e sociali, non sono più sufficienti; ricordiamo che nella loro struttura fondamentale sono ottocentesche».
Pur affermando di essersi interessato poco al movimento dei cosiddetti indignados dice: «Qui i fenomeni di cui abbiamo parlato convergono e si accostano ad un fattore generazionale: i nati negli anni ‘80 per primi sono cresciuti  e non hanno conosciuto altro che questo mondo nuovo, meno promettente di quello che hanno conosciuto i loro padri. Il discorso comunque è molto complesso, e queste sono semplificazioni utili per ragionarci sopra, ma restano semplificazioni».
«Se questi movimenti fossero dovuti solo alla difficile situazione economica si comprenderebbe poco; vanno visti in connessione con la minore, in alcuni casi molto minore, capacità delle istituzioni politiche di dare risposte. Un trentenne si trova a confrontarsi con un mondo che offre prospettive incerte e le istituzioni non lo rappresentano: è chiaro che si sente tra l’incudine e il martello. Anche il fatto che in Italia le proteste siano state più violente è dovuto, tra tante altre cose, al fatto che qui la politica è meno recettiva, molto meno di quanto non lo sia, ad esempio, negli Usa. Con ciò non dico che la violenza sia giustificata».
Ma la domanda più difficile è la previsione sul futuro: «Pevisioni che spesso sono un tirare ad indovinare, non proprio a casaccio ma quasi. Le istituzioni politiche e sociali per loro natura tendono a conservarsi, il cambiamento non sarà endogeno, non verrà da loro. Bisogna trovare delle forme intelligenti, non violente ma efficaci per costringerle a cambiare. Non è semplice e il movimento, che è nella sua fase iniziale. è per ora molto spontaneo. Tutti i movimenti per ottenere risultati devono organizzarsi, darsi una testa e obiettivi precisi. La mancanza totale di leadership è pura utopia; non conosciamo ad ora nessun fenomeno che abbia funzionato così. Ma ci sono diversi tipi di guide, non per forza bisogna avere il capo».

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Bertone Biscaretti

Nato a Pietrasanta (LU) il 20 luglio 1989. Diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano e studente di Giurisprudenza all'Università Statale di Milano.


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