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DALL’ITALIA ALLA MONGOLIA VIA TERRA

December 19th, 2011 |  Published in Articoli, Viaggi

REPORTAGE DI VIAGGIO: DAGLI SCONFINATI PAESAGGI DEGLI ALTIPIANI ALLE RISSE DI ULAN BATOR

CONFINE

Tra Milano e Barnaul, fredda città della Siberia meridionale, ci sono oltre 8 mila km di strade, da quelle a 4 corsie delle autostrade slovene, agli sterrati del Kazakistan, passando per le tortuose strade ucraine.

La temperatura passa dai 42° della steppa intorno ad Astana ai 6°-7° della Siberia. L’altitudine invece rimane pressoché identica: a parte qualche dolce collina in Ucraina la strada non sale e non scende mai.

Solo dopo Barnaul, per raggiungere il confine con la Mongolia bisogna arrampicarsi fino a 2400 metri.

Per i primi 600 km animali al pascolo, pali della luce abbattuti e migliaia di rocce fanno compagnia agli automobilisti.

Negli ultimi 100 capre e mucche diminuiscono e aumentano i falchi, finché a Tashanta, ultimo villaggio siberiano, ogni persona che vuole oltrepassare il confine ha almeno un falco che vola sulla sua testa.

Tutte le guide europee avvisano che gli orari di apertura della dogana sono molto stretti. Dopo le tre del pomeriggio non è più possibile sconfinare. Per questo fin dalle prime ore del mattino, diverse macchine attendono pazientemente e verso mezzogiorno la fila è già lunga centinaia di metri.

L’attesa estenuante può durare fino a 8 ore ed è resa più difficile dalle folate di vento gelido che scendono dalle cime.

Nessuna guida turistica informa però, che gli orari della dogana russa non coincidono con quelli mongoli; perciò gli ultimi veicoli che ottengono il timbro d’uscita sul visto russo rimangono bloccati tra i due paesi nella terra di nessuno.

Chi ha la sfortuna di sconfinare di sabato rimane bloccato fino al lunedì: per più di 50 ore è obbligato a restare in una zona somigliante a un grosso parcheggio recintato immersi nella grandiosità e nel silenzio delle montagne mongole. Ai prigionieri è concesso di raggiungere a piedi l’unico negozio nel raggio di chilometri per comprare cioccolato e qualche birra per ingannare la noia. La mancanza di acqua corrente riduce al minimo i livelli di igiene personale. È invece presente un gabinetto, molto simile a quello in cui si immerge il protagonista di The Millionaire: due assi di legno marcio inchiodate sopra a una buca scavata nel terreno. È possibile entrare in territorio mongolo solo il lunedì, nel tardo pomeriggio e non prima di aver pagato una mazzetta da 20 dollari americani.

MONGOLIA

Chi entra in Mongolia dimentica l’asfalto: non c’è n’è se non nei dintorni di Ulan Bator, la capitale. Lo dimenticano perfino i piloti d’aereo: su 47 aeroporti solo 20 sono asfaltati.

Parlare di strade e sentieri è errato, non esistono; in loro vece esistono le direzioni, ma gli spazi sono così ampi che la scelta della direzione per raggiungere qualsiasi destinazione è molto ampia: le scie lasciate dai veicoli sono a dozzine e s’intrecciano di continuo.

Tra un centro abitato e l’altro si estendono deserti, altipiani interminabili, laghi salati, fiumi e montagne le cui cime rimangono innevate anche d’estate.

Pochi veicoli si avventurano in queste traversate e non riescono a percorrere più di 300 km al giorno.

Marmitte e sospensioni spesso non reggono l’urto con le tante buche profonde fino a 60 cm e quando ci si trova davanti a un fiume la scelta non è semplice: guadare o salire su ponti all’apparenza non troppo sicuri. Se il ponte non c’è o è crollato, il guado è d’obbligo.

Dopo chilometri di deserto d’improvviso compaiono in lontananza decine di macchie bianche e centinaia di puntini neri: sono le gher, le tende dei nomadi, circondate dal bestiame.

Tutto gira intorno agli animali e al ciclo delle stagioni; per non far morire cavalli e capre ogni 4 mesi i pastori sono costretti a spostarsi in zone più calde. E ancora oggi metà della popolazione mongola è nomade.

L’esterno delle gher è di colore bianco panna. All’interno, invece pareti, soffitti e pavimenti sono interamente ricoperte da raffinati tappeti e stoffe ricamate di rosso, blu e verde. Le uniche fonti di calore sono le stufe, tuttavia non mancano pannelli solari che alimentano radio, televisori e in qualche raro caso lettori dvd.

Dentro vivono famiglie piuttosto numerose soprattutto per la presenza di numerosi bambini, ma quando si avvicina un estraneo sono le donne a fare gli onori di casa mentre gli uomini rimangono in disparte.

L’ospitalità è molto calorosa e, indipendentemente dal numero di visitatori presenti, si viene invitati a pranzo. Tuttavia l’offerta di latte di cavalla appena munto può provocare strani effetti agli stomaci non abituati.

L’ospitalità non si limita alle gher; anche lungo la strada è facile imbattersi nei cosidetti “check point vodka”: alle 9 del mattino o al tramonto, gruppi di autoctoni completamente sbronzi e fin troppo amichevoli obbligano i viaggiatori a scolare almeno due bicchieri di vodka di pessima qualità prima di consentire loro di proseguire.

Allo stesso modo s’incontrano ragazzi poco più che adolescenti con in braccio aquile da 10-11 kg. D’inverno la loro attività principale è la caccia. Fuori stagione, invece si guadagnano qualche moneta facendo ammirare e fotografare i loro rapaci ai pochi turisti di passaggio.

La Mongolia è un paese 5 volte più grande dell’Italia con una popolazione di 2 milioni e mezzo di abitanti: all’incirca quanto Milano e Hinterland. Per questo la maggior parte del suo territorio è incontaminato e la presenza dell’uomo è minima se non assente.

I branchi di cammelli, le corse interminabili dei cavalli selvaggi e le lunghe ore di silenzio assoluto affascinano chi non è abituato a questi spettacoli. C’è chi di questa terra si innamora e la lascia con un nodo in gola. C’è chi, invece, decide di rimanerci, da l’addio alle grigie e inquinate città occidentali e si trasferisce per sempre sugli altipiani mongoli.

È il caso di Tomas e Carrol: scappati dagli Usa una decina di anni fa: ora vivono in un accampamento gher in comunione perfetta con la natura e organizzano laboratori di meditazione, poesia e yoga. Con coerenza hanno detto no alle comodità occidentali. Che tu sia bianco o nero non c’è differenza. Ospitano chiunque passi nei dintorni di TseTserleg. Basta avere pronti 150$ americani per ogni giorno passato con loro. I pastori mongoli in media guadagnano 1 $ al giorno e difficilmente sanno cosa sia una meditazione; ma qualunque cosa offrano ai loro ospiti, non si aspettano nulla in cambio.

ULAN BATOR

Ore 20,30: in un ristorante del centro 20 ragazzi occidentali hanno appena ordinato e attendono affamati i loro piatti. Nella sala altri due piccoli gruppi di autoctoni stanno consumando il loro pasto. Improvvisamente un mongolo di 90 kg parecchio ubriaco si alza e, all’urlo di “Fucking british i’ll kill you all”, si scaglia contro il tavolo degli occidentali. Tira pugni, alcuni a vuoto altri no; sferra testate, strappa vestiti, e rovescia tavoli. I ragazzi spaventati cercano di difendersi come possono mentre i camerieri se la ridono quasi fossero davanti a un film; finchè un amico dell’aggressore riesce a calmarlo e a portarlo fuori dal locale. All’interno si ricominciano a prendere ordinazioni e a servire piatti come se nulla fosse successo.

Non è che nella capitale mongola la caccia all’occidentale sia il passatempo preferito dai suoi abitanti. Tuttavia europei e americani non sono i benvenuti. Appena varcato il cartello con la grande scritta rossa “Ulaan Baatar” non rimane traccia del resto della Mongolia. La periferia è un’irrazionale colata di cemento dove sono più gli edifici iniziati di quelli finiti. Ciminiere, discariche a cielo aperto e un’aria irrespirabile hanno rubato la scena a fiumi, laghi e montagne.

Ma i sobborghi di Ulan Bator non sono un’enorme baraccopoli come quelli di tante altre metropoli asiatiche. Chi è in cerca di strazianti scene di degrado si metta l’anima in pace; non perché situazioni di assoluta povertà non esistano, ma perché si nascondono. I poveri vivono nelle fogne si può sopravvivere ai gelidi inverni mongoli e a temperature di -30° solo cercando riparo nei sotterranei, tra le tubature del riscaldamento.

Negli anni ’90 vivevano in queste condizioni a in migliaia, adulti e bambini. Da allora tanti sono morti, altri sono in carcere o si prostituiscono e qualcuno si è salvato e conduce una vita normale. Ne sono rimasti qualche centinaio. Ma in tutti i quartieri di U.B. ci sarà sempre un tombino aperto con il coperchio a fianco. Quello è l’uscio di una casa.

Se le fogne ricordano Bucarest. le vie del centro tentano di assomigliare alle grandi città europee. In Peace Avenue Street le insegne dei negozi e dei locali riguardano poco l’Asia e tantomeno la Mongolia: Berlin Burger, London Cafè e Venice Restaurant. I giovani vestono Hip-Hop o con magliette dei Los Angeles Lakers e del Manchester United. Per le ragazze tacco alto e gonna corta sono ormai un’abitudine.

A ricordare di essere in Asia ci pensano le strade e il traffico: la segnaletiche stradali sembrano solo un ornamento; poco prima delle strisce pedonali gli automobilisti accelerano per spaventare i pedoni. In questa giungla urbana, tra incroci bloccati per ore e ubriachi accasciati sui suv parcheggiati, un’unica musica fa da sottofondo dalle 7 del mattino a mezzanotte: il frastuono di centinaia di clacson.

Gli altipiani sono lì a pochi chilometri, i cavalli selvaggi e le aquile anche.

Forse loro non sentiranno mai il rumore dei clacson.

Alessandro Sarcinelli

About the author

Alessandro Sarcinelli

Nato a Monza il 10 novembre 1987. Diplomato presso il liceo scientifico Alessandro Volta di Milano; studente di Scienze Sociali per la Globalizzazione presso la facoltà di Scienze Politiche a Milano. Caporedattore di Faber.


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