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Intervista a Maurizio Ambrosini

June 8th, 2011 |  Published in Conflitti&Immigrazione

Vu cumorà mareNell'arco della giornata tutti incappiamo in venditori di libri, riviste, rose, accessori, che liquidiamo con una stretta di mano, un no secco, un far finta di nulla e accelerare. Comunque ce la si cavi, il commercio ambulante degli immigrati è un tema di grande attualità, esposto a banalizzazioni da superare, luoghi comuni da correggere, pregiudizi da decostruire.

Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni e Sociologia urbana presso l'Università Statale di Milano, e collaboratore del sito www.lavoce.info è l’esperto che può aiutarci.

Cos'è il commercio ambulante?

Ci sono diversi tipi di commercio ambulante, i cosiddetti “vu cumprà” che incontriamo nel centro città rappresentano in realtà una minoranza. La forma più diffusa di commercio ambulante è quella del mercato rionale, dove gli immigrati stendono la propria merce accanto ai venditori con banchi fissi; ma anche fra questi cresce il numero di immigrati.

Da dove viene la merce?

Il principale mercato d'approvvigionamento è Napoli, dove le merci vengono smistate e inviate in tutta Italia. Per quanto riguarda gli accessori (accendini, bracciali, statuine ecc) sono in gran parte prodotti in Oriente, specialmente in Cina, e talvolta localmente nei vicoli di Napoli, raramente vengono importati dai paesi d'origine dei venditori.

Le rose vengono quasi sempre dall'estero, esiste una vera e propria geografia globale del mercato dei fiori: il traffico mondiale di fiori ha un ammontare superiore a quello della frutta.
Poi ci sono prodotti di seconda scelta di produzioni italiane, tra questi calze e biancheria.

Il commercio è legale, i venditori regolari?

La maggior parte dei venditori è dotata di permesso di soggiorno: è uno dei mestieri più esposti a controlli quindi molto rischioso per chi non risiede regolarmente in Italia.
Per quanto riguarda la legalità o meno del commercio ci sono diversi casi: vi è il caso di chi vende con licenza merce legale, e ci sono vari tipi di licenza: quella che assegna un posto fisso nel mercato, quella che assegna un posto residuale o di sostituzione a quello di altri o licenze che permettono di vendere in spazi pubblici (è il caso dei cosiddetti vu cumprà).
Vi è poi chi ha la licenza ma vende merce con marchio contraffatto.
Ma in tutti i casi, il lato più problematico della questione è che non vi è regolarità fiscale.

C'è un legame tra merce venduta e paese di provenienza?

La maggior parte delle occupazioni, non solo quelle che riguardano il commercio ambulante, sono legate a circuiti di relazioni fra persone di medesima nazionalità.
Si parla in proposito di specializzazioni etniche, ciò vale sia per il lavoro autonomo, sia per il lavoro dipendente. Molte donne filippine sono assistenti domestiche, molti marocchini sono muratori, molti egiziani lavorano nella ristorazione: non si tratta di attitudini innate derivate dell'identità etnica, ma di legami di parentela o amicizia con connazionali che occupano quei posti di lavoro.
Così anche per il commercio ambulante: chi vende rose può facilmente attrarre amici, parenti o semplicemente connazionali nella propria nicchia occupazionale.

Vu cumprà Quali sono le componenti etniche maggiormente presenti in Italia?

Nel panorama del commercio ambulante sono sicuramente quella senegalese, quella marocchina, quella cinese: quest’ultima, comparsa di recente, è l'effetto dell'arrivo di componenti migratorie più povere e meno protette.
La componente più compatta, ma anche la più vistosa (per la peculiarità delle "tecniche commerciali" e delle "strategie sul consumatore") è quella dei senegalesi. Tra loro si può notare una convergenza tra appartenenza etnica e religiosa: la gran parte di loro è di etnia wolof ed è membro della congregazione di matrice islamica dei muridi.
Sono legati da spiccati vincoli di solidarietà e forme di mutuo aiuto, ad esempio  ricomprano la merce a un connazionale quando gli viene sequestrata dalle forze dell'ordine. Tra i senegalesi è diffusa la coabitazione, spesso nei magazzini stessi dove si riforniscono.
La componente marocchina è più presente nei mercati rionali, sono pertanto meno visibili e radicati a Milano.
I cinesi sono meno attivi, a causa soprattutto della barriera linguistica. C'è da dire anche che la concorrenza tra gruppi etnici è durissima, fenomeno riassunto con un detto: “I maggiori nemici degli ultimi sono i penultimi”.

Come si riforniscono?

L'idea di una mafia tentacolare non corrisponde al vero. La percezione di un circuito mafioso di sfruttamento, anche internazionale, è nostra. Le vere protagoniste sono piccole organizzazioni decentrate.
Spesso i grossisti sono della stessa nazionalità dei venditori. Gran parte dei venditori, specie quelli appena arrivati, vende a credito, deve cioè restituire tutto sotto forma di merce. Questo suggerirebbe l'idea di una forma di sfruttamento: in realtà il venditore il più delle volte contrae un debito con il grossista. E spesso sono gli stessi grossisti a gestire lo spostamento dei migranti dal Paese d'origine al Paese ricevente.
Ci sono gradi di intenzionalità diversa, di solito prevale una certa volontarietà del mestiere, magari non completamente premeditata, dal luogo d'origine, e il reclutamento da parte di connazionali (molto diffuso tra senegalesi) può rendere accettabile una posizione da venditore ambulante, spesso pensata come provvisoria.

Quali sono i possibili sbocchi professionali per i venditori ambulanti?

Non si può parlare di carriere regolari. Anche qui, c'è caso e caso. Si assiste in generale ad un amento di autonomia degli immigrati nella catena produttiva: alcuni progrediscono, salgono di rango e diventano grossisti. Altri giudicano provvisorio il periodo di lavoro per la strada in vista di un inserimento occupazionale più stabile in fabbrica. È il primo lavoro che trovano, e sono assistiti, guidati o sfruttati da reti di connazionali.
Ma vi sono casi di venditori ambulanti stagionati, di età avanzata, che lo fanno da tutta la vita.
Molti alternano lavori diversi, quella di venditori ambulanti in città diventa quindi un'occupazione di carattere stagionale, in estate si trasferiscono sulle spiagge o sono impiegati nella raccolta di frutta e verdura.
Nel caso dei senegalesi prevale il pendolarismo col paese d'origine, in cui rimangono le famiglie che ricevono periodicamente le rimesse economiche. Il migrante che in Europa è venditore ambulante in patria dice di fare il commerciante, acquisisce uno status ben superiore, se non opposto, a quello che gli si attribuisce nel paese ricevente.

Come mai sono così rare le donne immigrate nel commercio ambulante?

Per le donne vi sono possibilità lavorative diverse, ad esempio è altissima la domanda nel mercato dell' assistenza domestica e dell'accudimento, anche per neoarrivate è dunque più facile, nonché più gratificante, occupare queste posizioni.
Inoltre per le componenti femminili purtroppo è molto diffuso e redditizio l'inserimento nel mercato della prostituzione.
Fanno eccezione le donne rom, che vengono mandate a mendicare assieme ai figli, in questo caso il confine tra scambio commerciale e richiesta d'aiuto è molto labile.

Cosa si può dire confrontando il fenomeno negli altri Paesi europei?

Non si sono fatte molte ricerche a riguardo. Il fenomeno è molto diffuso in Italia sia per via della lunga tradizione, tutt'ora viva, dei mercati rionali, sia per la mancanza di politiche di assistenza sociale ed economica alle fasce più deboli.
Ci sono poi specificità locali: a Genova negli anni '90 è stato rilevante il fenomeno dei padri marocchini con figli maschi molto piccoli che li aiutavano nel commercio ambulante.
Adesso i marocchini sono inseriti nei mercati rionali.
Nella riviera romagnola invece il fenomeno ha carattere stagionale, gli arrivi si concentrano nelle stagioni turistiche.

Anna Crosta & Erica Petrillo

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