Il primo Beckett di Castri, semplice e definitivo
May 14th, 2011 | Published in Arte&Cultura, Giovani&Divertimento, Recensioni&Critiche
Finale di partita di Samuel Beckett è un capolavoro assoluto del teatro e della linguistica.
E il regista Massimo Castri, alla sua prima prova con questo autore, lo dimostra trattandolo con molto rispetto e mettendolo in scena con sobrietà, l’unico modo per affrontarne la complessità. Testo e didascalie sono seguiti con precisione certosina.
Una stanza fuori dal tempo e dallo spazio sembra l’unico posto scampato alla distruzione del mondo. È disegnata con maestria da Maurizio Balò, che prosegue il sodalizio con il regista di Cortona. In essa due uomini si prendono cura l’uno dell’altro: Hamm (Vittorio Franceschi) è un vecchio immobilizzato su una carrozzina e privo della vista; Clov (Milutin Dapcevic) al contrario , più giovane, non può sedersi e vede benissimo. «Tutta la vita le stesse domande e le stesse risposte» dice quest’ultimo. Hamm vuole essere nel centro esatto della propria esistenza, oggettivata nel pavimento a scacchiera. La sua è sempre stata una «vita futura» ancora da venire.
I genitori, Nagg (Antonio Giuseppe Peligra) e Nell (Diana Hobel) sono relegati in bidoni dell’immondizia. Per Hamm nessun contatto con l’esterno; solo i racconti di Clov che guarda dalla finestra. Il rapporto tra i due è di reciproca necessità, eppure è destinato a terminare. «A che servo io?» domanda Clov. «A darmi le battute» risponde Hamm. Anche dei lampi di lucidità non resta traccia. «Certe volte mi domando se il mio cervello funziona bene. Poi mi passa. Ridivento intelligente», osserva Clov.
L’attesa è il leit motiv dello spettacolo, ma rispetto a “En attendant Godot” l’uomo non è solo di fronte al nulla, bensì a confronto con la partita persa della sua vita. La metafora è tratta dagli scacchi: all’ultima mossa si cessa finalmente di perdere.
L’ironia di Beckett è sostenuta dall’eccellente prova di quattro attori in sintonia tra loro e capaci di rendere in modo sottile i difficili personaggi. Un regista deve innanzitutto concertare, cioè mettere d’accordo le varie voci, anche senza trovate particolari; e in questo tipo di scrittura la regia migliore è spesso quella “nascosta”.
E così emerge chiaramente il senso ultimo dello spettacolo: la desolazione umana, allo stesso tempo agghiacciante e divertente. Come dice Nell «Non c’è niente di più comico dell’infelicità»
Anna Crosta e Matteo de Mojana
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Classe 1989, attore diplomato al Piccolo Teatro di Milano, iscritto alla facoltà di Filosofia presso l'Univesità degli Studi di Milano
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