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UNA VITA DIETRO LE SBARRE

April 18th, 2011 |  Published in Articoli, Cronaca&Città

Viaggio nel mondo delle carceri: dalla perdita della cognizione del tempo fino al sucidio
L’ENTRATA
“Entrare in un carcere è come venire inghiottiti da un mostro”. Don Pietro Raimondi, cappellano di San Vittore definisce così il primo impatto con la galera.
La puzza di aria stantia, di fumo, di cibo e di sporco accumulatasi negli anni, i muri vecchi ammuffiti e l’oscurità sono il biglietto da visita della casa circondariale milanese.
I detenuti entrano da una porta secondaria e vengono condotti in una cella tra le centinaia presenti nei sei bracci che si snodano dal corpo centrale.
Difficilmente si rendono conto in che punto della struttura si trovano e perdono presto il senso dell’orientamento; una piccola porzione di cielo grigio e qualche tetto visibile dalle piccole finestre delle celle rimangono l’unica immagine reale del “mondo dei liberi”.
Tuttavia ad allontanare i carcerati dalla realtà è soprattutto l’assenza di un ritmo della vita: Giovedì e Domenica sono uguali. Il giorno non inizia e non finisce mai. E in questo modo il tempo si trasforma presto in un’ eterna attesa. C’è chi attende l’ora d’aria, chi il colloquio e chi il processo.
Non è un caso che una delle richieste più frequenti, ancora più delle sigarette, siano gli orologi. Le lancette che scorrono diventano l’unica testimonianza dello tempo che passa.
Per chi, invece è stato condannato all’ergastolo, spazio e tempo diventano concetti privi di significato: “Guardo all’ergastolo che mi porto addosso, al suo interno non esiste principio né fine, né prima né dopo, cioè alcun tempo. Né sopra né sotto, cioè alcuno spazio. Una dimensione di assoluto e di niente, di vuoto e di pieno, di peccato e di disgregante follia”.
Il carcere cerca di assimilarti all’ambiente. Gradualmente il corpo del detenuto reagisce al luogo in cui è costretto e i cinque sensi si modificano.
In primo luogo la vista comincia a calare visibilmente a causa dell’oscurità. Allo stesso modo cala l’olfatto per sentire meno “la puzza di carcere”; successivamente, l’udito si abbassa per difendersi dai rumori sordi del carcere come le urla e lo sbattere delle porte.
Inoltre diverse malattie della pelle colpiscono i detenuti. “Il tuo confine non è più quello della tua casa, non è più quello della tua stanza, perché non ne hai una tua. il tuo confine è la tua pelle, che si irrigidisce creando una sorta di corazza”, Pietro Raimondi spiega così le percentuali dei malati di psoriasi quasi doppie tra i carcerati rispetto al resto della popolazione.
La caduta dei capelli infine conclude il quadro di queste preoccupanti reazioni psicosomatiche.
L’ASSENZA DI PRIVACY
In una cella si vive in sette. I muri sono tappezzati da foto di donne nude, rosari, croci e scritte in diverse lingue. Non c’è una cucina e si è costretti a cucinare in bagno. Non ci sono né tavoli né sedie e non è possibile stare in piedi tutti contemporaneamente. Quindi, da un certo momento la branda diventa il mondo del carcerato. In branda si dorme, si mangia, si fuma e si aspetta.
In queste condizioni la privacy non esiste più. La vita affettiva di un detenuto è limitata, nel miglior dei casi, a un bacio alla settimana in luogo pubblico. “l’amore in carcere? Quando mai?al massimo c’è la perversione, lo sfogo animalesco, la prostituzione”. Queste le riflessioni di un detenuto dopo essere entrato in permesso premio in un carcere femminilie.
Ma in una cella anche solo esternare le proprie emozioni diventa quasi impossibile. Spesso i detenuti aspettano l’ora d’aria per rimanere da soli in cella e scoppiare in pianti lunghi e liberatori, evitando così di apparire deboli davanti agli altri.
LA FUGA
È comprensibile quindi che la fuga sia una pensiero ricorrente nella mente di un carcerato; ma spesso si trasforma in ossessione.
Drogarsi è il modo più facile per fuggire o almeno attenuare la disperazione della detenzione. La droga in carcere c’è. Don Pietro Raimondi ne è sicuro : “Entra la droga? Certo! Come entra l’aria entra anche la droga. Come non lo so”. Invece A.S., agente penitenzario, preferisce non rispondere alla domanda su come vengono elusi i controlli.
D’altra parte quando la materia prima scarseggia ci si droga lo stesso: ci si inala la bomboletta del gas; si ruba la terapia al vicino; si usano le gocce chiedendo al dottore altre dosi.
L’altra via di fuga è il sucidio. Mohamed, Francesco e Vasiline. Sono i tre ragazzi che si sono tolti la vita nell’ultimo anno a San Vittore. Il primo si è asfissiato con il gas. Gli altri due si sono impiccati. 3 uomini di nazionalità differenti ma una fine comune. Trovare un “leitmotiv” è difficile. Ognuno aveva la sua storia e le sue motivazioni. Tuttavia alcuni studi hanno evidenziato le condizioni che aumentano i rischi del sucidio nei detenuti: i primi giorni di carcerazione, il periodo che precede lo svolgimento del processo, le festività e anche i giorni prossimi alla scarcerazione: infatti il tasso di sucidio nella popolazione carceraria è 20 volte maggiore che nella popolazione libera.
L’articolo 27 della costituzione italiana dichiara che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato.
Esistono risposte al comportamento deviante alternative al carcere, quali l’affidamento ai servizi sociali e realtà di custodia attenuata come la casa di reclusione di Bollate; su 700 detenuti più di 500 lavorano: all’interno della struttura ci sono un call center, una serra e addirittura un maneggio. Ci sono poi detenuti che lavorano all’esterno del carcere, per enti sia pubblici che privati.
Tuttavia quello di Bollate rimane un progetto sperimentale per ora poco imitato e Don Pietro Raimondi è pessisimista all’idea che la situazione migliori:”è un problema di mentalità. Nella testa di un cittadino medio la galera è quella cosa che si dà a chi si è comportato male, così impara a non farlo più.”
Per A.S. agente peninteziario, invece, il problema è solo economico.”che si parli di sanità o di carcere la sostanza non cambia: più soldi ci sono più le cose funzionano”. Comunque la si pensi rimane un dato: il 50% dei detenuti torna in cella per lo stesso reato per cui era entrato. È evidente che il sistema carcerario italiano non tenda pienamente alla rieducazione.

About the author

Alessandro Sarcinelli

Nato a Monza il 10 novembre 1987. Diplomato presso il liceo scientifico Alessandro Volta di Milano; studente di Scienze Sociali per la Globalizzazione presso la facoltà di Scienze Politiche a Milano. Caporedattore di Faber.


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