MENTALITÀ ULTRAS
February 28th, 2011 | Published in Articoli, Cronaca&Città, Giovani&Divertimento
VIAGGIO NEL MONDO DELLE CURVE: DALLA GUERRA TRA BANDE AI VIOLENTI SCONTRI CON LA POLIZIA
“Se deve esserci violenza che violenza sia, ma contro la polizia. Frana la curva, Frana sulla polizia italiana, frana la curva, FRANA!! Su quei figli di puttana”
Recita così una canzone degli Erode, gruppo Punk-oi di nicchia, molto popolare negli ambienti ultras lombardi.
Fino alla fine degli anni ’80 gli ultras si odiavano tra loro. Varese contro Como, Legnano contro Busto Arsizio sono solo esempi delle tante rivalità consolidatesi nel tempo soprattutto in provincia. Rivalità dettate dalla difesa del propria città o da divergenze politiche. Fu allora che negli stadi cominciarono a comparire spranghe, coltelli, bottiglie incendiarie e razzi e gradualmente sostituirono le battaglie a mani nude. Gli ultras che hanno vissuto quegli anni ricordano con nostalgia l’adrenalina a mille, quando ogni trasferta era accolta da centinaia di residenti pronti a menare sprangate.
Secondo la mentalità ultras la violenza è insita nella curva: serve a farsi notare, a comunicare con gli avversari e permette di primeggiare, di diventare un leader.
L’ultras vive lo scontro come un istinto naturale, che richiede di essere appagato; e il nemico va affrontato insieme ai compagni di curva con i quali si condivide l’amore per il proprio territorio e il brivido del rischio.
«Hai voglia di misurarti con l’avversario solo insieme al tuo gruppo» spiega Enzo Rosa, storico capo curva del Varese. «Se tutte le domeniche fai a botte fianco a fianco a un amico, si crea un legame molto forte quasi d’affetto. Il giorno dopo quando lo incontri è come se fosse la donna con la quale hai fatto l’amore. È lo stesso tipo di rapporto.»
I ragazzi rimasti sulla strada accoltellati, soffocati in treni fiamme, uccisi da razzi o semplicemente da calci e pugni non sono più in grado di raccontare un punto di vista forse diverso.
La tensione è continuata a salire fino a metà degli anni ’90. Poi, il 23 gennaio 1995 prima della partita Genoa-Milan ci scappò il morto: un milanista, poco più che diciottenne accoltellò Vincenzo Spagnolo, ultras genoano. Seguirono otto ore di violenti scontri con decine di feriti tra tifosi e forze dell’ordine.
Questa tragedia segnò una svolta: per la prima volta la morte di un tifoso fu trasmessa in diretta televisiva e tutto il mondo ultras si rese conto che era necessaria una svolta: con lo slogan “Basta lame basta infami” ha cercato di autolimitare l’utilizzo delle armi.
Anche le istituzioni hanno cercato di arginare il fenomeno: con controlli più capillari prima delle partite e attraverso il Daspo (divieto di accedere alle manifestazioni sportive).
Ma le lame hanno continuato a entrare negli stadi e se è vero che gli incidenti sono sensibilmente diminuiti, è vero anche che il mondo ultras ha ora un nuovo nemico: la polizia.
Le sanguinose morti di Filippo Raciti, ispettore capo della polizia catanese (febbraio 2007) e di Gabriele Sandri, ultras laziale (novembre 2007), dimostrano che la tensione tra le due fazioni non accenna a diminuire.
Ma Enzo Rosa precisa: «Il nostro movimento nasce per confrontarsi con altre tifoserie, non per combattere la polizia. L’ultras sa bene di compiere atti illegali. Ma non sono commessi contro lo Stato in quanto tale».
L’ultras non è quindi contro gli agenti per partito preso, anche se nutre intolleranza e fastidio nei confronti della divisa. Secondo il capo curva varesotto l’avversione radicale è la conseguenza delle norme sulla sicurezza degli ultimi anni: «Le istituzioni non riescono a capire che su 100 persone che vengono diffidate, 90 non hanno fatto niente. Di quelle, 50 non andranno più allo stadio perché si cagano sotto. Le altre 40 invece, finita la diffida, torneranno ancora più incazzate, identificando gli agenti come il nemico, pronte a scontri ancora più violenti».
In questa guerra permamente alle donne spetta un ruolo importante: sottoposte a meno perquisizioni sono le responsabili del trasporto di coltelli e altri oggetti vietati negli stadi.
Ma anche fra gli agenti di polizia cresce in maniera preoccupante l’ostilità nei confronti del tifo organizzato. Su un blog intranet del ministero dell’interno (doppiavela), in una conversazione fra agenti uno scrive: «quando alcune centinaia di ultras sono schierati a cinquanta metri da te con spranghe, catene, bombe carta e coltelli, io ritengo opportuno fargli così tanto schifo e paura che non devono pensarci di poterci attaccare senza lasciarci le ossa! L’italia non è uno stivale. È un anfibio di celerino».
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Lo Stato però non si è ancora arreso e mira a debellare la violenza negli stadi: la tessera del tifoso vuole fidelizzare degli spettatori alle partite e creare i tifosi ufficiali per poter individuare e allontanare gli individui più pericolosi. Ma finora non ha avuto gli effetti sperati: gli ultras sottoposti a Daspo riescono comunque a entrare negli stadi e continuano a dettare legge. E le scritte Acab (All Cops Are Bastard) dominano incontrastate. Nonostante in parlamento non si parli più di sicurezza negli stadi, la guerra continua, per ora senza nuove vittime.
Alessandro Sarcinelli
About the author
Nato a Monza il 10 novembre 1987. Diplomato presso il liceo scientifico Alessandro Volta di Milano; studente di Scienze Sociali per la Globalizzazione presso la facoltà di Scienze Politiche a Milano. Caporedattore di Faber.
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