Lo stato d'animo della popolazione, in tempo di crisi, gioca un ruolo fondamentale. Spesso causa ed effetto sono confusi: c’è crisi perché la gente non ha fiducia, o, viceversa, manca la fiducia a causa della crisi?

Difficile rispondere: la verità, come diceva Aristotele, sta sempre nel mezzo. Tuttavia l’evoluzione dei dati Istat raccontano comesono cambiati negli anni i tempi di crescita dei giovani e in particolare accesso al lavoro e la formazione delle nuove famiglie.

Se confrontiamo i dati del 1988 con quelli di tre anni fa, è evidente un progressivo innalzamento di ben quattro anni dell’età media del primo matrimonio sia degli uomini sia delle donne.

Il numero dei matrimoni sotto i 30 anni si è ridotto per gli uomini a meno di un terzo rispetto a 10 anni prima e per le donne a meno della metà.

Anche l’età in cui si diviene genitori è cresciuta. Nel 1988 la media delle donne italiane aveva il primo figlio a 26,5 anni; oggi ce l’ha a 30.

«Questo è indice di un nuovo rapporto delle donne con la maternità» dice Mariolina Graziosi, docente di sociologia presso l’Università degli Studi di Milano, «non più scontata per chi cerca la propria realizzazione nella carriera. La maternità è una scelta, al contrario che in passato, e così il matrimonio. Oggi la convivenza si protrae per molto tempo, anche fino ai 40 o 50 anni di età. Per le donne un tempo sposarsi significava stabilità economica, mentre oggi non è più così scontato. Pur essendo la crisi lavorativa un deterrente, il matrimonio è una necessità più affettiva che economica».

Parlando invece di rapporto formazione-lavoro, i dati emersi dall’indagine pubblicata dall’Istat nel 2009 sono a dir poco preoccupanti. I nati tra il 1929 e il 1968, uscivano di casa verso il 26 anni se maschi e verso i 23 se femmine. Oggi quasi il 30% dei 30-34enni vive ancora in famiglia, e la percentuale è quasi triplicata rispetto all'11,8 % del 1983. Inoltre i ragazzi tendono a rimanere in casa più di quanto non facciano le ragazze. Gran parte di essi ha un’occupazione, tuttavia sono in aumento i giovani che rimangono per problemi economici, e diminuiscono quelli che rimangono per scelta.

«Alcuni psicologi dividono la vita dell’uomo in due fasi» spiega Graziosi. «Il confine sono i 33 anni. La prima fase è dedicata ad affermarsi nel mondo. La seconda all’auto-riflessione».

Oggi in famiglia si sta meglio di un tempo, i giovani sono molto viziati e di conseguenza sono a proprio agio. Dall’altro lato c’è la paura di non trovare un lavoro. «Non è raro arrivare adolescenti a 30 anni. Nel processo di responsabilizzazione dell’uomo giocano un ruolo fondamentale le madri, spesso “chiocce” e troppo protettive» continua Gaziosi, ricordando che in casi estremi chi non esce di casa può arrivare anche a malattie mentali. Molti casi di attacchi di panico sono strettamente connessi alla paura dell’indipendenza.

Ancora più eclatante è il dato dell’aumento dei Neet (Not in education, employement or training), vale a dire chi non lavora e non studia. La quota italiana è notevolmente più alta della media europea. Anche questa volta sono più i maschi delle femmine, e si concentrano soprattutto al Nord. Si tratta per la maggior parte di laureati e diplomati; il 78% di essi è in cerca della prima occupazione.

Un altro dato curioso riguarda i tassi nazionali di occupazione e disoccupazione. Quest’ultimo dal 1993 al 2009 è diminuito di circa 2 punti percentuali per i giovani tra i 15 e i 24 anni. Eppure anche quello di occupazione è diminuito, passando dal 30 al 26 per cento. Questo significa che oltre ad esserci meno lavoro c’è anche meno speranza di trovarlo. Difatti i dati sui disoccupati vengono raccolti in base al numero degli iscritti ai registri di disoccupazione e agli uffici di collocamento, ai quali evidentemente molti inoccupati non sono iscritti.

Visti i dati nazionali, abbiamo deciso di fare una piccola indagine sulle aspettative dei giovani che studiano o lavorano a Milano, tra i 18 e i 30 anni, nei confronti del loro prossimo futuro.

Intervistando 150 persone, il primo dato che emerge è la generale incertezza sulla possibilità di un matrimonio e di avere figli. Molti si prefigurano l’idea di una semplice convivenza, e i figli verranno se e quando si vorrà. Ma parlando di età si desume che la maggioranza immagina di formare una coppia stabile intorno ai 30 anni. Un numero minore ma pur sempre considerevole di persone, prevede una vita da single.

Leggermente più alta l’età ipotetica per il primo figlio: qualcuno pensa anche di averlo tra i 35 e i 40. ma le cifre restano su valori similari.

Pessime aspettative per il reddito: i guadagni per il prossimo futuro sono stimati perlopiù attorno ai 1.200-1.500 euro al mese.

Gli studenti confidano che il loro lavoro abbia molto a che fare con il corso di laurea che stanno ultimando.

Un dato che va controcorrente rispetto alla media nazionale è la permanenza in famiglia. La maggioranza degli intervistati, se non vive già per conto proprio, auspica di uscire di casa entro i 30 anni. In ogni caso si mantengono fondamentalmente grazie ai genitori, arrotondando con lavori occasionali. Pochi occupano un posto fisso.

Lavorando anche di fantasia, la maggior parte non pensa di poter mai arrivare a guadagnare nel corso della vita lavorativa più di 3.000 euro al mese.

«Non è certo una brutta aspettativa» sostiene Graziosi. «Penso che la vera paura dei giovani sia di non arrivare mai a più di mille euro, e sempre con lavori precari». Ma a sentire lei, fa tutto parte del processo di “americanizzazione” che sta investendo il nostro paese. «L’America fa scuola. Se uno viene licenziato cerca tranquillamente un altro lavoro, o fa una laurea specialistica, senza lasciarsi prendere dalla depressione»

Non torneremo mai più al posto fisso, ma si creerà un mercato con grande mobilità economica. Se la nostra generazione avrà dei problemi ad accettarlo, visti i modelli dei genitori, quella che verrà dopo si integrerà molto più facilmente.

«Il sociologo britannico Anthony Guiddens sostiene che oggi un requisito fondamentale è la sicurezza ontologica: non è più la società che dà la sicurezza, l’individuo la deve trovare in sé»

Sondando le intenzioni di trasferirsi all’estero dei giovani milanesi, si scopre che moltissimi sposano la tesi esposta da Renzo Piano nella trasmissione “Vieni via con me” di Fazio e Saviano. «I giovani dovrebbero andare all’estero per vedere che cosa c’è, farne tesoro e alla fine tornare in Italia» ha detto l’architetto genovese. L’aut-aut “Vado o resto?” sembra passato di moda.

Stando ai dati che abbiamo raccolto non si può dire che la nuova generazione si lasci prendere dallo sconforto. Infatti, nonostante pochi sappiano se aspettarsi o meno una vita qualitativamente migliore di quella dei propri genitori, la grande maggioranza si dichiara soddisfatta della propria vita, e ha buone speranze di continuare a esserlo in futuro.

«Tornando al buon Marx, bisogna sempre pensare in termini di ciclo economico: non c’è sviluppo continuo. C’è sviluppo, poi c’è crisi e poi c’è la ristrutturazione. Adesso siamo già in quest’ultima fase» conclude Graziosi. Tutto sta nel trovare la fiducia ontologica di cui parla Guiddens; quella che ti può permettere di laurearti in ingegneria, lavorare in un centro di massaggi ed essere comunque felice.

Matteo de Mojana   e

Orlando Vuono

* Fonte Istat