UNIVERSITÀ SULL’ORLO DI UNA CRISI D’IDENTITÀ
November 14th, 2010 | Published in Prossima Fermata Bologna

BREVE INDAGINE SULL’UNIVERSITÀ ITALIANA VISTA DA BOLOGNA.
a cura della redazione di Bologna
Il 29 Luglio di quest’anno il Senato ha approvato il disegno di legge 1905, ovvero la cosidetta “legge Gelmini”.
La riforma, che ha l’ambizioso obiettivo di trasformare a “costo zero” l’intera università Italiana a partire dalle sue strutture portanti, da mesi si logora nel continuo dibattito della Camera, mentre fuori da Montecitorio montano la protesta e la preoccupazione di settori sempre più ampi del mondo universitario.
Il 14 Ottobre, dopo continui rinvii dovuti alla mobilitazione, avrebbe dovuto essere approvata definitivamente, ma ciò non è avvenuto con la motivazione ufficiale della mancanza di fondi, che esprime la contraddizione intrinseca su cui è basata questa “riforma a costo zero”. Infatti il d.d.l. è la conseguenza necessaria dei cospicui tagli all’università apportati dalla legge finanziaria 133/08.
Ancora una volta le parole d’ordine che accompagnano questi cambiamenti sono: lotta al baronato e agli sprechi, meritocrazia, semplificazione, efficienza ed efficacia. Come è dunque possibile che davanti a tali nobili intenti si sia scatenata una dura protesta che è arrivata a paralizzare diversi atenei, col rischio della soppressione della didattica, in numerosi corsi, per l’intero anno accademico?
La novità di questa protesta è, per l’appunto, la posizione assunta dai ricercatori della maggior parte delle facoltà, resisi indisponibili alla didattica, fatto che ha rivelato un antico problema, finora nascosto e sottovalutato.
In origine, infatti, la figura del ricercatore universitario, introdotta nel 1980, aveva solo funzioni di ricerca. Successivamente si è aggiunta la mansione, volontaria, non retribuita né valutata, di didattica frontale. Alla richiesta del rettore di disponibilità alla didattica, infatti, il ricercatore può dare una risposta negativa o positiva che non influisce in alcun modo sulla sua carriera, ma che sottrae tempo alla ricerca. Col tempo, e per ovviare alla carenza di fondi, la didattica dei ricercatori è stata utilizzata sempre più tanto che ora ne svolgono il 40%.
Uno degli atenei più “caldi” per mobilitazioni e radicalizzazione del confronto-scontro sulla riforma è l’Alma Mater Studiorum di Bologna, la più antica università europea e unica italiana a comparire fra le prime duecento migliori al mondo. Per la pressione dei ricercatori, il rettore Dionigi, inizialmente deciso ad assumere professori a contratto (cioè precari) per sostituire agli “indisponibili”, ha poi dovuto rinviare l’inizio delle lezioni di una settimana.
«La protesta non nasce con l’intento di preservare lo status quo» afferma Davide Domenici, ricercatore di Lettere e filosofia «ma si oppone a una riforma che istituzionalizza il precariato che già esiste». E Saverio Marchignoli, altro ricercatore della stessa facoltà, sottolinea come questa legge metta ad esaurimento (già previsto dalla legge Moratti del 2005 per il 2013, ed ora anticipato) il ruolo di ricercatore a tempo indeterminato, perchè le Università potranno stipulare con i nuovi ricercatori “contratti di lavoro subordinato a tempo determinato” (art.21, ddl 1905) con l’introduzione di obbligo dell’attività didattica per 3 anni (prorogabili per altri 2 più un ulteriore contratto di 3 anni). Nel corso dell’ultimo di questi l’Università valuterà il ricercatore ai fini di un’eventuale assunzione come professore associato. Il numero d’assunzioni sarà precedentemente disposto nel piano triennale, il cosiddetto ‘piano strategico’ che dal 2006 ogni ateneo redige per definire didattica e ricerca, con particolare attenzione all’equilibrio di bilancio. Un ipotetico ricercatore, quindi, oltre a dover superare una corsa a ostacoli lunga otto anni e tre contratti a termine, si potrebbe facilmente ritrovare sulla strada perché ritenuto inidoneo, o paradossalmente essere giudicato positivamente.. e ritrovarsi comunque disoccupato per motivi di bilancio!
Nel caso di Lettere e Filosofia l’indisponibilità è rientrata il 14 Ottobre con l’approvazione di un documento presentato dai ricercatori in consiglio di facoltà in cui si richiede l’appoggio attivo dei docenti alla protesta, la presenza dei ricercatori negli organi di regolamentazione interna (dai quali erano esclusi) e la costituzione di un tavolo che deciderà in quali settori vorranno essere presenti i ricercatori composto da 4 ordinari, 4 associati, 4 ricercatori strutturati, 2 studenti e 2 ricercatori precari.
Qual è l’intento che ha spinto a questa richiesta?
Il fine principale è partecipare alle decisioni sulla gestione della didattica. «Con questa riforma», spiega infatti Marchignoli, «verrà accentuata la struttura verticistica e gerarchizzata dell’università, aumentando in modo esponenziale il potere di professori ordinari e del rettore, le vere baronie».
Il cambiamento strutturale più significativo riguarderà il cda (consiglio d’amministrazione), il cui ruolo diventerà preponderante a scapito del Senato accademico e che sarà composto da massimo 11 membri, il 40% dei quali esterni all’Università, col concreto pericolo che l’importanza di didattica e ricerca venga subordinata agli interessi economici. In questo quadro verrà ridisegnata la figura del Rettore, le cui competenze tenderanno a essere sempre più simili a quelle di un manager; Inoltre c’è il rischio che si crei una nuova oligarchia accademica: i rettori infatti non potranno essere rieletti nella stessa sede, ma potranno svolgere questo ruolo in altri atenei. «Se venisse approvata questa riforma», commenta Alberto Burgio, ordinario di Filosofia, «le vere baronie, che ancora esistono e che detengono il potere decisionale, diventerebbero assolutamente onnipotenti».
La sensazione è che la strada imboccata porti allo stravolgimento del concetto e delle finalità dell’ Università, non più culla del sapere e della ricerca, ma scatola di concetti e saperi utili solo in funzione di interessi privati, presenti ormai anche giuridicamente all’interno dei nostri atenei.
Se questo, seppur in modo tutt’altro che neutro e disinteressato, garantirebbe la sopravvivenza della ricerca scientifica, così non sarà per la ricerca in ambito umanistico, totalmente estranea alle logiche di produttività. A questo punto sorge spontanea la domanda: perché difendere la ricerca umanistica?
«Se una società non elabora riflessioni sui propri fini è una società a rischio di compiere le più barbare atrocità» risponde Burgio. «Le facoltà tecniche non discutono sui fini, discutono sui mezzi. La tecnica elabora mezzi. La riflessione umanistica riguarda le finalità. Una società che non riflette sulle finalità e che si concentra esclusivamente sui mezzi, rischia di mettere quei mezzi, magari sofisticatissimi, al servizio di finalità aberranti, proprio perché su queste ultime non ha riflettuto. Il rischio è questo: che noi si viva nel prossimo futuro in società tecnicamente avanzate e moralmente arcaiche».
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