LA LINA
November 13th, 2010 | Published in Cronaca&Città | 1 Comment
UN PICCOLO SCORCIO DELLA MILANO D’ALTRI TEMPI
di Matteo Lonardi
Mi guarda con occhi buoni, la Lina, da dietro ilbancone: occhi di un chiaro quasi antico, quandoentro nel suo bar a un passo dai Navigli. E appeᆳna mi faccio strada in quell’odore di cucina di unavolta, quell’odore già sentito nei vecchi bar sportdi paese, mi sento catapultato in un’altra realtà. Èl’Italia degli anni Cinquanta: sulla destra un biᆳliardino dai colori sbiaditi, più in alto vecchie reᆳclame consunte di amari e sambuche e al centroil bancone, lo stesso dal ’48, e Lei, la Lina. Vivequi da una vita, in quest’aria cristallizzata, dovesembra che il tempo si sia fermato.Non esita un attimo e con le sue mani vecchie eforti di lavoratrice instancabile, mi apre una birrae mi sorride: «Eeeh, ma che bello che sei venuᆳto a trovarmi!». Mi appoggio al bancone del barvuoto, dove lei continua a sfaccendare: lava tazᆳze, sciacqua il lavabo e anche quando finalmentenon ha più nulla da fare, si appoggia alla decrepitamacchina del caffè come per rassicurarsi. Nel suobar, tra le bottiglie antiquate e la tappezzeria fuoᆳri moda, vive serena e a chiunque entri regala unpo’ della sua tranquillità e un po’ del suo calore.
Ho deciso di imprimermi il ricordo di questa reᆳaltà, ormai fuori dal tempo, e oggi sono andato albar per farle qualche domanda. Un po’ riluttante,inizialmente, nel raccontare; ma dopo soli cinqueminuti, già non la fermava più nessuno. Mentremi parlava di come aveva conosciuto suo maritoe di come, nel giro di un mese, si fossero sposati, iᆳza e le sopracciglia si alzavano e si abbassavanoper dare più enfasi al discorso.Arrivata a Milano nella zona di Porta Vicentinadal suo paese d’origine, Fregona, in provincia diRovigo, Lina visse un paio d’anni in questa zonapoi, dopo il matrimonio, comprò il Bar Trattoriain via Marco D’Oggiono all’angolo con via Alesᆳsi. «Era la zona più brutta e malfamata de Milan,ᆳcorda puntando il dito alla finestra per alludere alquartiere. «Qui di fronte c’era l’albergo popolareche ospitava milleduecento persone: era stato laᆳsciato da un riccone al comune per farci abitare,per qualche mese, gli immigrati meridionali priᆳma di trovar l’impiego» mi dice sogghignando.
E innalzando le sopracciglia mi confessa: «Altro che mesi, ci stavan gli anni. E quando arrivavano, si associavano alla malavita».
Quasi soddisfatta esce da dietro il bancone e mi mostra le crepe del legno spiegandomi che uno c’era finito con la testa in una delle tante risse tra i “giovanotti”, come li chiama lei, della mala milanese. «Eran ladri di biciclette, contrabbandieri, truffatori. Erano gli anni ‘50 e una volta», mi dice esplodendo in una gran risata, «una camicia l’han rubata sedici volte. E l’ultimo alla fine, l’ultimo che se l’è ritrovata in mano, era quello cui era stata rubata per primo».
Io continuo a scrivere sul mio taccuino cercando di starle dietro, ma lei ormai è una furia, la corrente dei ricordi l’ha catturata e va avanti come un treno. «Devi sapere, Matteo», mi sussurra, con quel suo accento misto tra veneto e milanese, «che il quartiere ne ha avute di fasi. La prima, quando sono arrivata io nel ’48, era quella delle macerie. Non c’era niente qui: andavi cinquecento metri fuori ed eri in mezzo ai campi: il resto, l’eran tutte palazzine distrutte. La seconda, quella tra gli anni cinquanta e i sessanta, è stato il periodo della mala milanese».
«Dietro al parco», e m’indica con un gesto vago della mano un punto indefinito, «nel vicolo della Calusca, di fianco a via Scaldasole, dove adesso ci sono le case nuove del comune, ai tempi era il quartier generale dei malandrini. Mica ci si poteva entrare come niente, lì dentro».
«Ricordo», continua, «che qua di fronte, quando c’era ancora l’albergo dei poveri, ci giocavano a dadi sulla strada: il rione era “caldo”, la gente si voleva ancora bene, e la sera tutti passavano a fare un saluto a me e a mio marito. Venivano a bere un amaro o a mangiar qualcosina, e nelle lunghe sere di giugno, quando il caldo si faceva stantio e le rondini volavano basse tra le case, noi stavamo fuori a prendere il fresco sull’uscio. I fiulet giocavano fuori sulla strada e le sciure stavano appoggiate al davanzale a godersi la brezza notturna. Eh sì che si stava bene allora, e come ci divertivamo tra le scorrerie dei ladruncoli del rione e i ghisa che venivano ogni settimana e cercarne qualcuno», mi guarda con gli occhi un poco amareggiati e malinconici, «ma ora il rione è freddo non c’è più la ‘caloria’ di una volta. Devi sapere che a quei tempi il quartiere era come un paese: era pieno di botteghe qua in giro». E mi elenca i nomi degli empori e delle botteghe in dialetto: «si andava al droghè, al prestinè, al tabaghè, al calzolè e la vita, tutto sommato, si svolgeva nel rione. Ora non è più così, il rione si è completamente svuotato della gente di una volta», dice riprendendo a sciacquare il lavello guardandomi con le sopracciglia inarcate: «Matteo dove corrono tutti? Il rione non è più quello di una volta, la gente corre, nessuno ha più il tempo di prendere il fresco sull’uscio o veder correre i bambini, le sciure non si affacciano più alla finestra per farmi un complimento o per dirmi che verranno con i nipoti l’indomani. Le sere d’estate sembra quasi che le rondini non volino più perché solo pochi le guardano ancora rincorrersi nell’aria».
«La tecnologia è andata avanti, ogni giorno i negozi propongono nuove merci ma a noi tutti, questo progresso, ha lasciato freddo il cuore. I supermercati pian piano hanno fatto chiudere tutte le botteghe e il nostro quartiere come tanti altri è diventato freddo».
«Ma Lina», le dico commosso dalle sue parole , «è anche vero, però, che nelle sere di primavera siamo tanti qua con te per bere una birra o per festeggiare il compleanno di qualcuno».
M’interrompe subito l’anziana barista: «Ascolta Matteo, a me l’unica cosa che mi fa sentire viva come in quei giorni lontani siete voi giovani, diventati oramai la mia clientela più affezionata, siete voi che portate ancora un po’ di calore nel bar». Ha lasciato la macchina del caffè per sedersi su un sgabello, mi guarda dal basso in alto con gli occhi ormai stanchi: è quasi un’ora e mezza che l’ascolto, ma lei continua a darmi l’aria di una donna forte.
La saluto pieno di nostalgia per un tempo che è passato da tanti anni e che non ho mai vissuto, per quelle sciure e quegli artigiani che non ho mai conosciuto e per quelle vie povere ma piene di vita tra le quali non ho mai camminato.
Eppure quelle vecchie, quegli artigiani e quei bambini vivono tutti dentro quel bar: una pezzetto di un quartiere d’altri tempi, di un’epoca più semplice senza troppi fronzoli.
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1 comment so far ↓
la lina... mitica!
che posto. e poi c'è pure il calcetto...
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