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Le città Invivibili – IV

May 26th, 2010 |  Published in Racconti&Poesie  |  1 Comment

UN’ESPERIENZA DA MC DONALD’S

In una tiepida giornata di aprile, capitai per caso nel centro esatto di Milano. Campeggiava,  ad un lato della piazza principale, un gigantesco cartello in lettere gialle su sfondo rosso. Mi bastò osservare i passanti per rendermi conto che quella scritta era come un faro. A soli centottanta passi dall’entrata del Duomo, l’insegna illuminava l’ingresso del vero cuore della città, porto sicuro per italiani e stranieri, luce di conforto per centinaia, migliaia di persone nell’affaccendato caos cittadino.

Una fritta fragranza volteggiante, che avrebbe sedotto persino il sacrestano, attirava come un serpente a sonagli un fiume di discepoli proveniente dai diversi continenti. Finalmente un luogo dove tutti potevano sentirsi a casa, anche solo per il tempo di un pranzo veloce ma sicuro. Perchè di una cosa si può sempre star certi: che ci si trovi nel mediterraneo paese della pizza o in quello giallo degli involtini primavera, un CheeseBurger avrà sempre lo stesso internazionale sapore.

Sul marciapiede antistante il locale un cane-poliziotto, spinto dal poco di buonsenso che distingue le bestie dagli uomini, dava retta al suo istinto e premeva sul padrone per cambiare direzione. Io non fui altrettanto astuto ed entrai da Mc Donald’s.

Mai prima mi ero reso conto così chiaramente che l’aria oltre ad un odore possedesse anche un suo proprio sapore. E una sua consistenza. Mentre abituavo il mio circolo respiratorio alla nuova miscela di fritto e ossigeno mi guardai intorno. “Mc Italy, il nuovo irresistibile gusto del panino”: era chiaro come la luce del sole che quello doveva essere il mio pranzo; dunque mi diressi verso le casse. Davanti a me si stagliavano due code affollatissime, e la gente che entrava prendeva disordinatamente il proprio posto dietro la schiena dell’ultimo in fila. La terza coda era quasi deserta. Non c’era cacca a pallini sul pavimento, ma non potei fare a meno di pensare alle pecore.

Stenterete a crederci, ma scelsi quest’ultima fila. L’impiegata consegnò all’uomo davanti a me una bibita, che venne rifiutata sdegnosamente. “E’ Fanta. Io ho chiesto metà Sprite e metà Fanta.” Osservai perplesso la donna svuotare il bicchiere nel lavandino e prepararne un altro. Dal distributore scrosciavano contemporaneamente getti di bibite multicolori che la cassiera tentava di catturare ballando ora di qui ora di là, nello sforzo di ottenere l’intruglio desiderato.

Levai gli occhi da quella scena per posarli sul mio vassoio, sul quale un’inutile montagna di tovaglioli accompagnava il mio patriottico pranzo: cosa di più tipicamente italiano di un hamburger fritto, la cui scatoletta era maestosamente dipinta col tricolore della Repubblica e orgogliosamente marchiata dal simbolo del Ministero dell’Agricoltura? Trovai il mio posto a un tavolino mono-persona, e tentando di farmi tornare l’appetito scrutai gli altri avventori.

Si trattava per lo più singole persone, individui isolati che avevano scoperto la loro perfetta dimensione di serenità in quello spazio. Faccia rivolta al muro, telefono in una mano e patatina nell’altra, seduti a pochi centimetri di distanza naziskin e peruviane, ebrei e senegalesi, giovani emo e rastoni riuscivano ad ignorarsi reciprocamente, gli uni assolutamente indifferenti dell’esistenza degli altri. Fu quel giorno che cominciai a considerare seriamente la diffusione della “cultura” fast-food come una soluzione credibile al conflitto israelo-palestinese.

Attirò la mia attenzione un gruppo di ragazzini. Probabilmente appena usciti dal liceo, si fiondavano per l’ora di pranzo da Mac, alla pari delle casalinghe sole e dei broker di Piazza Affari. A giudicare dalla perizia con cui usavano le forchettine in legno per catapultare polletti fritti da un lato all’altro della sala immaginai che fossero sulla via migliore per diventare ingegneri. Non ebbi tuttavia l’opportunità di studiarli più a lungo, in quanto la loro permanenza, come quella di tutti d’altronde, durò meno di un lampo.

Scorsi per fortuna subito qualcosa di altrettanto interessante. Dietro un pannello di plastica trasparente era nascosto un vero spettacolo: il Ronald Mc Donald Gym Club, una fantastica palestra per i più piccini. Mi soffermai a contemplare mamme sorridenti che guardavano i loro bimbi pedalare sulla ciclette con le patatine in mano. La ciclette era guasta, ma i 32° di riscaldamento garantivano comunque un’abbondante sudata. Un po’ ovunque si stagliavano pannelli nutrizionali con saggi consigli sul come mantenersi in forma e condurre una vita sana, perle del calibro di

“carboidrati: pasta pane e patate a tutti i pasti, secondo il proprio appetito”

“camminate mentre siete al telefono”

“ricordate: frutta e verdura valgono 5”. Cinque, certo. Cinque... cosa?

La parete trasparente che separava la palestra dal resto del locale era riempita con carote di plastica. Al centro, campeggiava trionfale la scritta “GUSTO NATURALE”. Con mio grande stupore, nessuno trovava la cosa particolarmente ironica o divertente. Il burlesco e goffo tentativo di una catena fast-food di spacciarsi per ciò che semplicemente non era, una “way of life” sana e genuina, sembrava più che sufficiente. Evidentemente bastava alla gente per giustificare la propria quotidiana presenza lì, il proprio desiderio di nascondersi nella ripetizione che genera l’anonimato, nella banalità che forma l’ignoranza, nello squallore standard che teme la novità e la verità.

Quel posto era lo specchio della città, e in quella città il tempo di un’overdose di grassi, un mordi e fuggi stordente per i sensi e lo stomaco, un quarto d’ora di parziale offuscamento della mente, valeva dai 5 ai 10€. Sicuramente più del prezzo di un normale panino, ma chiunque era disposto a pagarlo ben volentieri, purchè non gli si chiedesse, nel tempo della pausa pranzo, di conversare, discutere, capire e pensare. Insomma di rinunciare all’aria fritta per qualcosa di un po’ più solido.

Matteo Legnani

Nicolò Cambiaso

vedi anche:

Le città Invivibili - I

Le città Invivibili - II

Le città Invivibili - III


About the author

Nicolò Cambiaso Erizzo

Nato a Milano il 27 aprile 1988. È diplomato presso il liceo classico Tito Livio di Milano e studente di Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi.


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