Breve storia della Casa degli Artisti di Milano – House of the rising sun
May 18th, 2010 | Published in Arte&Cultura | 1 Comment
Paola Brusati: “I posti amati si autodifendono”
La cultura fa paura. Più di qualsiasi ideologia o religione. Ecco perché il 20 settembre 2007 alle prime luci dell’alba in Corso Garibaldi, pieno centro di Milano, le forze dell’ordine hanno fatto irruzione al civico 89/A.
Non si tratta di un dormitorio per clandestini, e nemmeno di un palazzo dedito allo spaccio di stupefacenti. Stiamo parlando della Casa degli Artisti, glorioso edificio milanese d’inizio secolo, oggi dall’aspetto fatiscente, all’angolo con via Tommaso da Cazzaniga. Lo sgombero è stato preannunciato e gli inquilini, in prevalenza tutti artisti, sono costretti in meno di una settimana a liberare i loro studi e a trasferire tutte le loro opere. Dopo quasi cento anni di attività ininterrotta l’intera Casa è zittita.
Una chiacchierata con Paola Brusati, presidente dell’Associazione 89/A, e con il liutaio Pierre Bohr, entrambi ex inquilini dell’edificio, ha chiarito alcuni aspetti importanti della vicenda, che non sono apparsi sulle pagine dei quotidiani cittadini all’indomani dello sgombero.
La Casa degli Artisti, costruita tra il 1910 ed il 1911 dai fratelli Bogani, era stata concepita come edificio “ad uso esclusivo di laboratori artistici” per scultori, pittori e fotografi residenti nella zona popolare di Brera. Una testimonianza di mecenatismo culturale unica a Milano e rarissima in Europa.
Negli anni ’30 il Comune di Milano aveva espropriato il palazzo e nel 1942 l’intera zona Garibaldi - Brera era stata data in concessione ad alcune società edilizie che avevano progettato l’abbattimento dell’intero quartiere (compresa la Casa) e la riqualificazione totale della zona. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale il nuovo piano regolatore non era stato applicato e la demolizione evitata. Si narra che sotto i bombardamenti la Casa abbia continuato a ospitare artisti e che la sua produzione non si sia mai fermata. E mentre quasi tutti i palazzi adiacenti avevano ceduto sotto i colpi delle mine, il civico 89/A aveva stoicamente resistito, tanto che sulla sua facciata si possono ancora oggi individuare le ferite degli scoppi.
«I posti amati si autodifendono» sostiene Paola Brusati.
Il 1978 è l’anno di svolta per la storia. In aiuto all’ormai ottantenne scultore Luigi Broggini, che aveva gestito e mantenuto vitale durante il secondo dopoguerra la Casa, accorre un gruppo di giovani e motivati artisti, tra cui Spagnulo, Fabro, Nagasawa, Brusati e la storica dell’arte De Sanna, che con il passare del tempo ha riqualificato il palazzo attraverso operazioni di manutenzione.
Il timore dello scultore lombardo, «quando arriveranno anche qui (gli agenti dell’immobiliare ndr), uscirò dalla parte dei giardini e me ne andrò richiudendo l’ultima porta di questa gloriosa casa» sembrava essere scongiurato.
Causa la totale mancanza di fondi e finanziamenti però alcuni lavori di riqualificazione (i tetti, le vetrate del secondo piano e l’impianto elettrico) vengono rimandati, ma con l'impegno la Casa degli Artisti sembra resistere e promette di tornare a nuova luce.
De Sanna ottiene inoltre di vincolare il palazzo, ai tempi uno dei più vivaci centri culturali della città, ai sensi della legge 1089/1939 sotto la protezione del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali. “Una delle prime costruzioni che utilizza il in cemento armato in Italia”, “un edificio legato ad un importante capitolo della storia della pittura milanese fra Otto e Novecento”, “sede di ateliers di artisti scapigliati”. Queste le motivazioni che portano alla tutela dell’edificio.
Per i laboratori della Casa degli Artisti sono passati attraverso decenni di attività creativi del calibro di Dino Buzzati, Goodwin, Mangiarotti ed il trombettista jazz Chet Baker. Dal 1988 alcuni studi vengono destinati ai nuovi arrivati: i liutai, mentre sempre negli anni ’80 alcuni spazi del piano terreno vengono occupati dal centro sociale Csoa Garibaldi.
I rapporti tra i membri del centro sociale e gli artisti, secondo Brusati e Bohr, non sono dei migliori, ma nonostante ciò la convivenza tra le due realtà resiste fino allo sgombero del 2007. La presidente dell’Associazione 89/A racconta anche di un interessamento di Primo Moroni nei confronti della Casa degli Artisti, al cui interno aveva intenzione di trasferire la storica libreria Calusca City Lights. Ma il progetto non fu realizzato per le profonde divergenze ideologiche con il Csoa.
Ma nel 2003 il Comune risolve il contenzioso avviato ormai da decenni con le società immobiliari (tra cui lo Studio Tecnico Bianchi): il progetto definitivo prevede l’edificazione di un complesso residenziale adiacente al civico 89/A, lo sgombero coercitivo degli inquilini e la riqualificazione della Casa che dovrebbe tornare al Comune.
Gli artisti decidono pertanto di unire le loro forze e cercano di trovare nella giunta comunale un interlocutore elaborando dei progetti da condividere con l’amministrazione al fine di recuperare a pieno lo stabile senza tradire la sua naturale vocazione all’arte. Questi tentativi non portano ad alcun successo sostanziale.
Oggi uno dei centri di propulsione culturale del secolo scorso giace in condizioni di abbandono: il piano terra è completamente allagato e da tre anni non vengono eseguiti neppure i lavori di manutenzione necessaria, assicurati fino al 2007 dagli artisti. La facciata è protetta da un ponteggio, ma l’inconcludenza e l’indecisione comunale tengono in ostaggio il cantiere che stenta a partire.
Le responsabilità dei ritardi circa il recupero e la gestione del palazzo vengono sapientemente scaricate a seconda della convenienza tra l’Assessorato al Demanio e l’Assessorato allo Sviluppo del Territorio.
«La storia della Casa degli Artisti di Milano rispecchia l’andamento altalenante della città tra impulsi culturali innovativi e arroccamenti speculativi» dice Brusati
IL palazzo rimane una risorsa storica e culturale fondamentale per la nostra città e l’amministrazione continua a non sbilanciarsi sulla destinazione finale dell’edificio nonostante l’Associazione 89/A si stia battendo nel tentativo di mantenere il vincolo per la destinazione ad “uso di ateliers”. Il prossimo 29 ottobre saranno passati esattamente cento anni dalla firma del permesso comunale per la costruzione della Casa, e i festeggiamenti rischiano di cadere nel dimenticatoio di una città che sembra soffrire di una forma di Alzheimer galoppante.
Milano non può permettersi, soprattutto in vista dell’Expo 2015, di tradire la sua naturale vocazione all’arte e alla cultura speculando su un bene comune e unico nel suo genere come la Casa degli Artisti. Costruire nuovi grattacieli e quartieri alla moda non significa certo scordare il proprio passato.
Filippo Montalbetti
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Nato a Varese il 24 agosto 1988. Diplomato alla Deutsche Schule Mailand, è studente presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Statale di Milano.
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1 comment so far ↓
Milano è tristemente invischiata nel proprio ossequio per la tradizione e nella riverenza per il profitto, le due facce della moneta che circola per le sue strade.
Mentre sperimentazione avanguardia rottura dei canoni sono l'aria che una città viva e creativa respira. E, con mia immensa delusione, vedo quest'aria assottigliarsi sempre più ad ogni ritorno nel luogo dove sono cresciuta. Mentre altre città europee fioriscono grazie al sottobosco di iniziative creative e a giovani iconoclasti ed independenti, Milano si rinchiude nei vecchi dettati delle autorità, nell'egemonia dell'antico, del proficuo e del conforme. Tanto che anche l'anticonformismo pare una messa in scena, non implicando una nuova proposta quanto un rigetto o al massimo una stanca ripresentazione.
Eppure questa città grigia è anche nostra, di coloro che hanno fame di colori cambiamento confronto crescita. Non lasciamoci soggiogare dal pensiero egemone, liberiamoci e creiamo il nostro pensiero, i nostri spazi e la nostra cultura. Il comune aprirà le porte più tardi, se le aprirà. Nel frattempo, altri portali si apriranno, portando scambio, novità e altra arte e cultura. Altrimenti, questa città morirà soffocata. E a quel punto, non credo ne soffrirò nemmeno tanto.
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