La svalutazione della pubblica cultura
April 3rd, 2010 | Published in Arte&Cultura, Economia&Politica
È cambiata la guida del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto, divenuto successivamente Ministro dell’Agricoltura, ha sostituito il dimissionario Sandro Bondi. Un’ottima notizia ha accompagnato il cambio della guardia: il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) sarà riportato a valori similari a quelli dell’anno passato, nonostante le previsioni fossero assai più grigie. Per questo motivo è stato revocato lo sciopero generale che avrebbe dovuto avere luogo venerdì 25 marzo.
Il FUS per il 2011 consiste in 428 milioni di euro; di questi 231 già assegnati prima del reintegro e altri 27 erano stati bloccati da Tremonti, 149 in più per il Ministero e altri 21 dal “Milleproroghe”.
Naturalmente tutto ciò permette un po’ di respiro agli enti e ai lavoratori direttamente coinvolti, ma non si può eludere il fatto che questa ventata d’aria fresca arriva in un periodo che rimane molto difficile per la cultura italiana. Le tappe più recenti di questo braccio di ferro tra il mondo dello spettacolo e il Ministero dell’Economia risalgono all’anno scorso.
Il 12 marzo 2010 la CGIL aveva indetto uno sciopero generale per protestare contro il nuovo ddl sul lavoro varato dal Governo. A Milano parteciparono alla protesta tra le 30 e le 50 mila persone. A detta dei sindacati la legge “Collegato Lavoro” favoriva le aziende a scapito dei lavoratori, colpiva il fisco, tradiva la Costituzione.
Allo sciopero aveva aderito anche il Piccolo Teatro di Milano, sospendendo le recite della giornata e organizzando un momento di protesta con letture degli attori della compagnia davanti al Teatro Strehler.
Chiacchierando un po’ con il rappresentante sindacale dei lavoratori del Piccolo siamo venuti a sapere che «L’Italia investe nello spettacolo lo 0,3% del PIL. In Francia investono di più solo nel cinema!». A detta sua è stupido per il nostro paese non investire in un apparato che «è un motore di sviluppo, muove moltissimo indotto ed è uno strumento anticiclico per combattere la crisi».
A sentire i lavoratori del Piccolo i soldi ci sarebbero eccome. «Il problema è la scelta d'investimento».
Non gli si può dare torto. Se il referendum del 2009, ad esempio, si fosse svolto in un election day, a detta di molti si sarebbero risparmiati circa 400 milioni di euro. Cifra molto vicina a quella destinata allo spettacolo nel 2010. E lo stesso vale per i referendum che si terranno a breve sulle questioni del nucleare, dell’acqua pubblica e della giustizia.
Come dimostra questo grafico, dall’istituzione del FUS nel 1985, gli stanziamenti sono calati progressivamente. Oggi sono meno della metà di allora.
Eloquenti e discusse sono state le dichiarazioni del Ministro Brunetta l’11 settembre 2009, mentre si svolgeva la Mostra del Cinema di Venezia. Rivolgendosi a Bondi, Ministro della Cultura, Brunetta si espresse così: “Fai bene Sandro a chiudere quel rubinetto del FUS. E più veloce fai, meglio è! […] Vadano a lavorare! Si confrontino con il mercato!”. Tempo dopo gli fece eco il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Di cultura non si vive. Vado alla buvette a farmi un panino alla cultura, e comincio dalla Divina Commedia» diceva Tremonti il 14 ottobre 2010 al termine del Consiglio dei Ministri.
In effetti, il mercato teatrale, inteso in senso moderno, ha sempre avuto bisogno di aiuti istituzionali a causa delle spese che la realizzazione dell’evento dal vivo comporta. Cosa che non vale ad esempio per il cinema. Tuttavia se questi investimenti nella cultura sono oggi messi in discussione significa che qualcosa negli anni è cambiato. Facciamo un po’ di chiarezza.
Nel secondo dopoguerra la situazione era ben diversa. Il Piccolo Teatro di Milano fu il primo stabile fondato in Italia, e si pose come vero e proprio servizio pubblico per i cittadini. Ad occuparsene difatti c’erano un regista (Strehler), un organizzatore (Grassi) e un sindaco (il socialista Antonio Greppi, che dà il nome al largo dove oggi sorge la più grande sala del Piccolo).
Allora c’era una precisa richiesta da parte del pubblico, era davvero un “teatro necessario” quello degli anni 50 e 60. Nelle scelte artistiche c’erano in ballo posizioni politiche delicate, cui la società era molto sensibile. Strehler, per dirne una, fu l’uomo che fece conoscere all’Italia la figura di Bertolt Brecht. In una situazione simile nessuno si sarebbe fatto domande sull’opportunità di un importante sostegno pubblico al teatro, poiché se gli stabili e le compagnie avessero dovuto vivere del proprio sbigliettamento avrebbero chiuso tutti; considerazione che peraltro vale ancora adesso.
Poi le cose sono progressivamente cambiate. I primi segnali di rottura si manifestano già intorno agli anni della contestazione, e così via sino all’alba del nuovo millennio. Oggi il panorama che ci si presenta è un altro, e per averne un’idea più precisa possono aiutarci alcune parole scritte da Luca Ronconi in un articolo dal titolo “Perché oggi andiamo a teatro” uscito su Repubblica il 15 gennaio 2002:
Ai nostri giorni il teatro non costituisce più una risposta, non dico ad un bisogno, ma forse nemmeno ad una reale domanda da parte del pubblico – ammesso e non concesso che di un vero e proprio pubblico teatrale si possa ancora parlare.
Orbene, se la nozione politicosociale di teatro come servizio si è ormai fatta anacronistica e se ciononostante al palcoscenico ancora compete il ruolo culturale e metaforico – mi ostino a credere nel nostro presente sempre più necessario e insostituibile – di essere luogo di una conoscenza complessa maturata attraverso l’esperienza, non si dovrebbe allora cominciare a pensare all’esperienza scenica come ad un “valore”, e che proprio in quanto “valore” il teatro andrebbe tutelato e sostenuto?
Pertanto una certa corrente di pensiero denuncia la necessità di riconoscere il teatro come un valore, un patrimonio della nazione. Il teatro dovrebbe essere considerato un bene prezioso, la cui sopravvivenza è responsabilità di tutti, così come sono mantenuti in vita Pompei ed Ercolano, il Cenacolo, la città di Venezia; facendo pur sempre attenzione a non museificarlo.
Ripensando alle parole di Brunetta, ci si rende conto di come la cultura oggi sia considerata, nel migliore dei casi, uno strumento di supporto ad un sistema economico molto più grande di lei; non certo un valore. Dunque se essa, nelle sue molteplici manifestazioni, non è in grado di reggere il peso del mercato, viene automaticamente schiacciata da quest’ultimo.
È molto difficile capire con precisione come ci si sia arrivati. Qualcuno sostiene che la causa di questo danno alla cultura sia la sua massificazione post-sessantottina, altri dicono che è colpa della televisione commerciale.
La cosa importante è rendersi conto che il teatro vive un momento di profonda crisi identitaria, crisi destinata a sfociare nel collasso. Sarà necessario ricostruire un intero sistema da zero, perché quello che è esistito sino a un po’ di tempo fa ora si sta sfasciando. E questo vale per tutto il mondo del lavoro.
Matteo de Mojana
About the author
Classe 1989, attore diplomato al Piccolo Teatro di Milano, iscritto alla facoltà di Filosofia presso l'Univesità degli Studi di Milano
Email Matteo de Mojana | View all posts by




















0 comments ↓
There are no comments yet...Kick things off by filling out the form below.
Leave a Comment