Per Euripide era “il peggiore dei mali”, per Aristotele era “per natura difettosa e incompleta”. Al tempo dei nostri grandi avi, i Romani, la sua infedeltà era punita con la morte, mentre quella del di lei marito era considerata solo un errore trascurabile. Di chi sto parlando? Della donna, naturalmente.

« Vir est caput mulieris », l’uomo è padrone della donna, questa era la massima che ha percorso tutta la società medievale, secondo cui la responsabilità del peccato originale, e così le sofferenze terrene, erano legate alla donna, tanto da divenire per alcuni l’incarnazione stessa del male.

Nel XII secolo, con la cultura cortese e con la conseguente adorazione della figura femminile legata soprattutto al culto della vergine in campo cattolico, sembra aprirsi uno spiraglio che tende a conferirle una qualche dignità, non sufficiente però per sovvertire consuetudini vecchie di secoli e quindi ben radicate.

Saltiamo al 1835, anno in cui nasce in Inghilterra il movimento delle “suffragette”, che presto fa da catalizzatore per altri movimenti per la parità dei diritti che nasceranno poi in altri paesi. Spostiamoci ancora più avanti, al 2 giugno 1946, quando le donne italiane per la prima volta esercitano il loro diritto di voto, partecipando al referendum che sancisce la nascita della Repubblica.

Sempre in Italia, il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione, che in ben tre articoli (3, 37 e 48) tratta direttamente della donna. Ed ancora, giusto per non allontanarci dalla nostra cara patria, nell’Aprile 1975 entra in vigore il nuovo diritto di famiglia che ribadisce ulteriormente la parità fra uomo e donna.

Queste possono essere considerate come le più importanti tappe del lungo percorso intrapreso dalle donne, italiane in particolare, verso un giusto riconoscimento a livello civile e culturale, verso cioè quella che si è soliti chiamare emancipazione.

Attenzione però! L’obiettivo non è ancora stato raggiunto, perché tuttora parità nelle leggi non vuol dire parità nei fatti.

“Io sono mia”, dicevano le giovani femministe, manifestando in tal modo quel desiderio di ritrovare una propria dimensione, autonoma e diversa, ma non per questo inferiore, rispetto al prototipo maschile.

Viene però da domandarsi se davvero noi donne vogliamo tutte la stessa cosa, cioè quella parità di diritti e di opportunità addirittura sancita dalla nostra Costituzione.

Guardiamoci attorno ! Forse è solo una mia impressione, ma credo che qualcuno abbia un po’ perso di vista l’obiettivo. Da un lato vediamo donne sicure, che sanno cosa vogliono, che credono nelle loro potenzialità e che soprattutto tengono alla propria dignità; dall’altro abbiamo donne che puntano tutto su ciò che è sempre stato ritenuto il loro unico punto di forza: il proprio corpo. Non parlo solo delle nostre solite amiche veline che, scodinzolando tra un programma televisivo e l’altro, si sentono socialmente a posto solo perché dicono, con una ben immaginabile convinzione, di volere la pace nel mondo, ma parlo soprattutto di donne normali che, al sopraggiungere dei primi segni dell’avanzare degli anni, di null’altro si preoccupano se non di tentare di conservare con ogni mezzo la perduta giovinezza. Parlo probabilmente di quelle stesse madri che, a volte neppure in modo velato, danno ai propri figli un’ immagine della donna come preda di fronte all’uomo cacciatore, come persona concettualmente sottomessa all’uomo e comunque a lui subordinata nelle scelte di vita.

La provocazione è voluta, perché voglio credere che la maggior parte delle donne stia ben lontana da questo prototipo di persona che ho descritto: la dignità e i risultati sociali raggiunti dalla donna non possono restare meri retaggi destinati a riempire soltanto pagine del libro di storia da studiare, ma devono consolidarsi nella coscienza di tutte le persone affinché diventino il comune modo di pensare.

Non tutti però ancora riescono a fare quel passetto in più verso la convinzione che non c’è differenza fra i sessi: purtroppo sembra proprio che l’obiettivo non sia completamente raggiunto e che per farlo serva parecchio tempo.

Insomma, se da un lato invito gli uomini a riflettere sul fatto che la donna, nella sua naturale diversità e femminilità, merita tutto il loro rispetto perché portatrice di pari interessi e di uguale dignità, dall’altro mi rivolgo alle donne affinché si convincano dell’importanza del loro ruolo sociale, meritevole senza dubbio alcuno della più alta attenzione da parte dell’altro sesso e per nulla secondo rispetto ad esso

. Una convinzione reciproca, dunque, per garantire una parità ancora oggi in precario equilibrio.

Maddalena Cirla